Poesie di Eldy

VIOLENTA CAREZZA (a mia moglie)…poesia di calcio2.ce

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Pur se una volta mi hai esasperato,

fino a  farmi perder  la pazienza.

Pur se  il  nervosismo hai esaltato,

con qualche  indisponenza  od  impudenza.

Io, non dovevo essere  violento,

io, non dovevo scuoterti e dolerti.

Ma, poi, quando ti ho preso per  le spalle

e, con mano dritta, ferma e tesa,

mi sono avvicinato scuro  in viso,

in questa voglia  mai esercitata,

mi son trovato a esame ragionato

e, ricordando il bene che hai donato,

i doni immensi  dei figli miei cresciuti,

quella violenza, per raptus improvviso,

si è trasformato in carezza ed in sorriso.

Allora, anche tu, uomo debole e violento,

fai per tempo esame di coscienza

e, colto da uguale pentimento,

annulla ogni forma di  violenza.

Poi, in ginocchio, come innanzi alla Madonna,

irrora,con le lacrime le mani di tua donna,

volgi lo sguardo umido, al volto suo amoroso,

(e, dopo, ancor piu’ chino)

bacia la terra che ella  calpestò

 

Questa poesia è stata scritta da francesca, il 31 maggio 2016 at 22:03, nella categoria: calcio2.ce. Lascia un tuo commento qui



FOGLIO…..poesia di calcio2.ce

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Da pioppo trito e da pressa laminato sorgesti un giorno tu foglio virgineo.
Candido e intonso, ti porgesti, lieto, al lento volteggiar di un matita blu.
Il mio “esser poeta”, già ti imbratta, con versi, sciolti, o, rima baciata.
Ti frego con matita, gomma e penna, correggo, ricorreggo, e, dopo poco, cancello tutto, per soffregarti ancora.
Tu come agnello, volto al sacrifizio, sveli, allo sguardo mio, i bianchi spazi.
Ti fai scrivere dietro, sopra, sotto, doni te stesso, ai miei vaghi pensieri.
Ah, se trovassi uguale rispondenza in Mariantonia, che sfugge e si diniega.
Che, se mi incontra, volge gli occhi altrove, per dispregiare ognora l’amor mio.
Oggi però su te libero foglio, lacrime ardenti, di un intenso amore, ti scaldano, ti infiammano e, poi, ti fan bruciare.
La cenere raccolgo e, in rito mistico, la pongo nel giardino in ben profonda buca.
Rugiada e brina le daranno umore e un giorno, certo, un pioppo nascerà.
Sotto le foglie tremule, chi passa potrà leggere quanto fu grande e vero, l’amore mio per lei.
Il vento impara i versi, e, a sera, nel tramonto, una poesia d’amore, al cielo volerà:
“UN CUOR CHE AMA TANTO, A TE CHIEDE CONFORTO, MENTRE ALLA LUNA CANTA, AMALO CON TRASPORTO.
FALLO SENTIR POETA, PER UNA VOLTA AMATO, STRINGILO FORTE AL SENO, POI, MORIRA’ BEATO.
CHI PASSERA’ A QUEST’ORA, A PIE’ DI QUESTO PIOPPO, VEDRA’ UN FOGLIO, UN LAPIS E IL TUO POETA MORTO.”

Questa poesia è stata scritta da francesca, il 25 maggio 2016 at 14:50, nella categoria: calcio2.ce. Lascia un tuo commento qui



La sindrome del meraviglioso

La  sindrome del meraviglioso

Cipriano Pagano. Autoritratto

Da ragazzo mi sentivo inutile. Gironzolavo a vuoto. Avevo la sensazione di essere trattato dai grandi come un intralcio, come un peso inutilizzabile, sgraziato, sempre tra i piedi. E sì che  avevo una gran voglia d’essere messo alla prova. Appena ho potuto, poi, alla prova mi ci sono messo da solo. In questo senso credo che mi metterò in croce sino all’ultimo dei giorni. Peccato che chi ha la  sfortuna di vivere a lungo con me, lamenta che sono uno che  non si da tregua, che non dà tregua! Moglie e figli , poverini si considerano vittime del mio “rigore”, della voglia  di fare, strafare e ricreare, che a detta loro  rompe, non fa respirare, non è riposante. E devono pur averla qualche ragione se  godo fama di “difficile”. Per la verità da sempre mi spazientisce l’infingardaggine, l’enorme quantità di tempo che prendono gli altri per fare delle cose da  compiersi con buona lena in quattro e quattr’otto. I pigri dicono che io non sono normale, che ho la classica marcia in più. Ammetto che l’ignavo mi dà  sui nervi perché di solito lo è pure negli affetti, pure verso se stesso. Parlo dell’abitudinario, è ovvio, di chi  rifiuta il suo apporto alla società, non di chi soffre e non parla e se ne sta da solo e non prende parte alla vita di gruppo.

Sono fuggito e tornato   da Gomorra  dove la terra da un momento all’altro può  prendere fuoco  come un  fiammifero, per mia scelta, quasi per un  richiamo atavico nell’acquitrinosa valle dei Mazzoni.

La grande città indifferente mi annoia, E’qui che la lotta per la sopravvivenza è cruenta, è qui che ci si sente vivi col pericolo incombente. Fremiamo all’acume che svela le miserie di cui siamo intrisi. Invece le parole dei fannulloni sono baciate da labbra svogliate, da voce appena dette, impigrite, imbavagliate dal torpore, dal calduccio dell’alcova.

La vita finora è trascorsa nella tensione fra un traguardo  e l’altro che mi davo da solo. Non ho avuto tempo di annoiarmi e già questo mi sembra un buon risultato. E, anche se non lo ammetteranno mai, credo che con questo rompiballe i miei non avranno avuto tempo di annoiarsi neanche loro.

Mae culpa! Ma a  voi  forse ne recito solo una parte l’altra la confesserò al Padreterno: Amarezze? Tante. Soddisfazioni? Qualcuna. Tutto sta a recepirle nel loro significato profondo e sapersene accontentare. Altrettanto complicato fu ricondurre all’ovile coniugale la pecorella ( si fa per  dire) cui occorse fuorviarsi per  riadeguarsi a siffatta eccezionalità (me). Momenti così ti ripagano di una vita. Risvegliano in te la sindrome del meraviglioso. La dimensione da perseguire, nonostante le premesse raggelanti, la felicità di cui si assaporano sprazzi illuminati a lampi. L’armonia, distaccarsi da sé, non  prendersi sul serio anzi giocare sul serio con il serio. Rifuggire l’ingiustizia e l’aggressività e tutto quanto vi è di basso, piccolo e meschino. E se proprio vi punge vaghezza di felicità a tutti i costi, lasciate ad altri le complicazioni del meraviglioso …Datevi ai bagordi

 Autore: Calcio2.ce

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Questa poesia è stata scritta da admin, il 23 maggio 2012 at 00:12, nella categoria: calcio2.ce. Lascia un tuo commento qui



Polarità

Victor Brauner– Le ver luisant, 1933 (nato il 15 giugno del 1903 a Pietra Neamte morì a Parigi, il 12 marzo1966 pittore rumeno)

Polarità
Con la corda del mio cuore
legai la notte e il giorno:
e i loro innocenti colori stillavano luce,
fino a svenire lottai per tenerli insieme.
E sognai di legare il moto della terra.
Sognai di inseguire tutto l’amore
e stringerlo forte insieme
e poi teneramente circondarlo
di fossi, di foreste e di castelli.

Fino a scoppiare sognai di te
fino allo sciupio delle mie forze
fino a spaccare ogni legamento
di questo fuoco che dentro mi divora.

Quando rinvenni trovai la notte
e trovai la rotondità  del giorno
non più raccolti insieme
ma spavaldamente separati.
E trovai l’amore sciolto, non più imbrigliato,
libero di andare, col corpo, alla sua vita,
non legati insieme come siamesi
coll’unico boccale per il respiro
ma distaccati e sciolti come il giorno
e come  questa notte solatia
che circonda e noi troviamo bella:
così l’amore che sciolse vibra
nell’esile orma del suo cammino
e niente ci avvolge se non quest’ombra
che di fievole profumo essa ci veste.
Ma il viscerale desiderio resta
Autore:Calcio2.ce

Nota dell’Autore
Due amanti anche quando si cercano perdutamente non potranno mai  integrarsi perfettamente l’un l’altro perché ambedue hanno una vita propria, un loro vissuto, una vita biologica separata per cui esisterà sempre polarità in quanto l’integrazione che ne risulta sarà minima e povera rispetto al resto della vita che si vive fuori dall’altro.
Alla poesia rimane la chiave di raccontare la  relatività di tale rapporto e dell’incapacità  dell’uomo di stabilire un forte vincolo di unione; ma nello stesso tempo la poesia è tesa a raccogliere quei frammenti, quei sentimenti, che  a volte proviamo, di essere un tutt’uno per quella voglia viscerale  di possesso, di appartenenza.
E alla base di tutti questi desideri, questi pensieri travolgenti di voglia di vivere in modo  coinvolgente un rapporto di coppia, vorremmo trovare un comune terreno di simbiosi.

 

Questa poesia è stata scritta da admin, il 23 novembre 2011 at 06:50, nella categoria: calcio2.ce. Lascia un tuo commento qui



Le battaglie della vita

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Mozart- lacrimosa

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Ho perso tutte le battaglie della vita.
Non mi resta che piangere
Sulle curve spalle del giorno
o ridere nel velo turchino del  cielo
e  affondare  il viso nella ruga dell’arcobaleno.

Ho scelto di ridere delle mie ferite
del mio nudo amore a me prezioso,
e ho scelto te, fiore della vita, edera tenace,
abbandonata su questo muro sbrecciato
crivellato dal  buio e dal silenzio,
sulla cui cima un istrice ristagna
con denti aguzzi e d’affilate unghie
che mani ingorde hanno posto a sentinella.

Oltre quel muro ombroso ride pure il sole
quando esce a calzare il giorno e fa le fusa
sul mio corpo alzato a celebrare
il Divino Mistero della vita
Autore:Calcio2.ce

Questa poesia è stata scritta da admin, il 8 novembre 2011 at 20:36, nella categoria: calcio2.ce. Lascia un tuo commento qui



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