Flavio.49, ci invia una presentazione del grandissimo Puskin, facendo la felicità di quanti apprezzano questo autore, e a chi si ferma, ben volentieri, a leggere in questo blog

PUSKIN, Alessandro Sergevich. – Nacque a Mosca nel 1799 e morì a Pietroburgo nel 1837 a soli 38 anni, vittima della condotta fedifraga della moglie, la bellissima Natalia Goncarova sposata nel 1831 che, si dice ma non se ne hanno le prove, lo tradisse sistematicamente sia con lo Zar Pietro il grande che con un ufficiale della guardia, certo Georges D’Anthès. Proprio quest’ultimo, sfidato a duello a causa di una lettera anonima, gli procurò la morte mediante una ferita al ventre che, prima della fine, lo tenne in agonia per un paio di giorni.
Ma non è il caso qui di parlare della vita di Puskin le cui vicende sono esaurientemente raccontate su Internet dove chiunque può prenderne visione.
Diremo solamente che proveniva da una famiglia nobile benestante e condusse una vita per niente tranquilla. Conduceva vita mondana, ebbe molti amori e ne subì anche qualche guaio per il rapporto con donne sposate a importanti funzionari pubblici.
Molti guai gli derivarono soprattutto dal suo carattere ribelle che gli procurò l’esilio e una frequente stretta sorveglianza da parte delle autorità e perfino una ingiusta censura.
Nemmeno è il caso di fare l’elenco delle numerose opere da lui prodotte anch’esse facilmente consultabili sul Web.
Ci si limiterà invece a delle brevi considerazioni sulla sua produzione letteraria.
Alcuni suoi lavori subirono l’influenza delle opere del poeta inglese Byron (Londra 1788-Missolungi Gracia 1824) che come lui ebbe vita molto breve, ricca di donne e avventure, caratterizzata principalmente da uno spirito romantico difficilmente riscontrabile nella morale di quei tempi.
Puskin scrisse di tutto, dagli scritti elegiaci alle odi, bellissime poesie alcune delle quali si riportano più avanti, e poi romanzi di alcuni dei quali si dirà in breve.
Dedicava bellissime liriche alle sue donne: II prigioniero del Caucaso, I fratelli masnadieri, La fontana di Bachcisarai, e Gli zingari.
Era uno spirito romantico ma anche realista un realismo, caratteri entrambi che hanno caratterizzato tutta la sua produzione letteraria.
Oltre alle stupende liriche per le belle donne scrisse anche poesie di carattere politico.
Ebbe un gran rispetto per l’Italia, conosceva benissimo gli artisti italiani e qualche cenno ne faceva nella poesia all’Italia già proposta in Eldy.
Nel complesso la sua è una lirica intrigante e coinvolgente, piacevolmente scorrevole che ti avvince e che si fa rileggere volentieri.
Si dedicò anche al lavoro teatrale ricalcando le orme del grandissimo Shakespeare: il Boris Gudonov, Il cavaliere avaro, e molte altre ancora.
Una leggera influenza esercitarono su di lui sia Goethe che Schiller, i più grandi scrittori e poeti tedeschi. Come Goethe infatti fu grande ammiratore di Shakespeare e esattamente come lui nella sua vita incontrò molte donne,considerando naturalmente il rapporto fra i suoi anni di vita (38 appena) contro gli 83 del poeta di Francoforte.
I suoi lavori ebbero un grande successo e moltissimi scrittori furono da lui ispirati.
Fu un artista romantico certamente il primo della grande letteratura russa.
Aveva però un difetto, troppe donne e troppi duelli non gli consentirono una esistenza tranquilla, il suo fu uno stile di vita che contrastava fortemente con lo spirito romantico che caratterizza tutta la sua produzione.
Proprio quel suo carattere lo portò alla morte.
E infine solo un cenno veloce su alcune delle opere più importanti di Puskin:
l’EVGENIJ ONEGIN (1833) è un romanzo in versi in parte autobiografico. Parla del modo di concepire la realtà nella Russia del tempo descrivendo in dettaglio i vari aspetti della vita.
LA FIGLIA DEL CAPITANO (1836) invece è un romanzo storico che racconta con molta ironia la Storia della rivolta di Pugacev. E’ riconosciuto dalla critica come una delle migliori creazioni di Puskin.
LA DAMA DI PICCHE o La donna di picche è un componimento delizioso che mi ha affascinato la prima volta che l’ho letto. Ricorda certe opere del nostro grande Eduardo De Filippo. Qui con uno stile brioso e scorrevole Puskin parla di questo giovane che non gioca per timore di perdere tutto ma si ricrede quando pensa di aver ricevuto dalla dama di picche i numeri segreti per vincere. Appena apprende che era solo una illusione, impazzisce per la profonda delusione.
Elegia
Degli anni folli la già spenta gioia
come una cupa ebbrezza mi dà noia,
ma come il vino, o antico mio dolore,
più invecchi, più ti fai forte nel cuore.
Il mio cammino è triste. Un fato oscuro
m’annunzia il grigio mare del futuro.
Ma io non voglio, amici miei, morire,
io voglio ancora vivere e soffrire.
So che troverò sempre un po’ di bene
in mezzo alle amarezze ed alle pene;
m’inebrierò di nuovo d’armonia,
lacrimerò su qualche fantasia,
e forse brillerà al tramonto mio
l’amore come un sorridente addio.
Versi d’album
Che c’è per te nel nome mio?
Morirà esso come il grido
d’un’onda infranta contro il lido,
come in un bosco un mormorio.
Lascerà sulla carta muta
un’orma pallida ed eguale
a un’iscrizione sepolcrale
in una lingua sconosciuta.
Che c’è per te? Scordato ormai
in tanti affanni nuovi e gravi,
invano tu vi cercherai
memorie tenere e soavi.
Ma tu pronunzialo nel triste
giorno in cui il male si ravviva;
di’: il mio ricordo ancora esiste,
c’è ancora un cuore ove son viva.
La stella della sera
Si dirada volando la nuvola leggera.
Malinconica stella, o stella della sera!
Inargenta il tuo raggio le squallide pianure,
il golfo sonnolento e le montagne scure.
Amo il tuo fioco lume nell’aria trasparente;
esso ha in me risvegliato un pensiero dormente
ricordo il tuo tramonto, o astro prediletto,
sovra un dolce paese sempre caro al mio affetto,
dove nelle vallate s’alzano i pioppi fieri,
dove dormono i mirti ed i cipressi neri,
ed i tiepidi flutti sussurrano soavi.
In quei monti col cuore pieno di sogni gravi
distraevo sul mare l’indolenza pensosa:
scendeva sopra i tetti la tenebra gelosa,
e una giovane donna me nell’ombra cercava
e te col proprio nome alle amiche chiamava.
Inno alla peste
Quando l’inverno, vigoroso
come un guerriero, sotto i cieli
guida l’esercito villoso
delle sue nevi e dei suoi geli,
di fuochi fervono i camini,
di luci splendono i festini.
Regina orribile, la Peste
viene da noi con passo forte,
chiamata dalla messe agreste,
e bussa a vetri muri e porte
con il badile della bara:
chi ci consiglia o ci ripara?
Cerchiamo scampo dalla morte
come dal brivido invernale!
Chiudiamo rapidi le porte,
versiamo il vino nel boccale,
ed in conviti danze e feste
cantiamo il regno della Peste!
C’è una allegrezza grande e bella
sull’orlo estremo della rupe,
nell’oceanica procella
tra flutti immensi e nubi cupe,
nelle sahariche tempeste
e nel respiro della Peste.
Ciò ch’è dannato a perdizione
pei nostri cuori in sé nasconde
un’inesausta seduzione,
pegno di gioie più profonde…
Beato chi nella sua noia
potè trovare questa gioia.
Gloria a te. Peste! La paura
ignota c’è del tuo richiamo
e dell’oscura sepoltura.
E nel tuo aroma noi beviamo,
o Rosa-Vergine celeste,
forse anche il fiato della Peste!
All’Italia
Chi conosce la terra dove il cielo
d’indicibile azzurro si colora?
dove tranquillo il mar con l’onda sfiora
rovine del passato?
dove l’alloro eterno ed il cipresso
crescon superbi? dove il gran Torquato
cantò? dove anche adesso
ne la notte profonda
i canti suoi va ripetendo l’onda?
la terra ove dipinse Raffaello,
dove gli ultimi marmi
animò di Canova lo scalpello
e Byron rude martire ne’ carmi
dolore, amore effuse e imprecazione?
Italia, terra magica, gioconda
terra d’ispirazione!
il demone
Al tempo che nuova scoprivo
dell’esistenza ogni impressione:
begli sguardi, fruscio boschivo,
di notturno usignolo canzone -
quando sublimi sentimenti,
amore, gloria e libertà,
nel sangue urgevano ferventi
con la poetica ebrietà,
gioie e speranze imprevisto
un cupo dolore guastò:
segretamente un genio tristo
a visitarmi cominciò.
Nei nostri mesti appuntamenti
mi ammaliava, mi sorrideva:
coi suoi discorsi pungenti
freddo veleno m’infondeva.
Quasi a indurla in tentazione
calunniava la Provvidenza;
chiamava un’illusione il bello;
disprezzava l’ispirazione;
libertà e amore rinnegava;
guardava alla vita con scherno;
e niente in tutta la natura
a benedire si piegava.
Sera d’inverno
La bufera il cielo ottenebra,
venti di neve turbinando;
come belva ulula adesso,
ora piange come un bambino,
ora sul tetto sconnesso
la paglia, ecco, fa frusciare,
ora, tardo pellegrino,
al finestrino è qui a bussare.
La nostra annosa casetta
è tutta buia e mesta.
E tu perché, o mia vecchietta,
sei ammutolita alla finestra?
della bufera l’ululio,
amica mia, ti ha affaticata,
o sonnecchi dal ronzìo
del tuo arcolaio appisolata?
Beviamoci su, amica cara
della povera mia giovinezza:
beviamo tristi – qua il bicchiere!
Il cuore ne avrà allegrezza.
Cantami tu la cingallegra
che viveva di là dal mare;
cantami tu quella ragazza
che alla fonte doveva andare.
La bufera il cielo ottenebra,
venti di neve turbinando;
come belva ulula adesso,
ora piange come un bambino.
Beviamoci su, amica cara,
della povera mia giovinezza:
beviamo tristi – qua il bicchiere!
Il cuore ne avrà allegrezza.
A-”‘”
Ricordo il magico istante:
davanti m’eri apparsa tu,
come fuggevole visione,
genio di limpida beltà.
Nei disperati miei tormenti,
nel chiasso delle vanità,
tenera udivo la tua voce,
sognavo i cari lineamenti.
Anni trascorsero. Bufere
gli antichi sogni poi travolsero
scordai la tenera tua voce,
i tuoi sublimi lineamenti.
E in silenzio passavo i giorni
recluso nel vuoto grigiore,
senza più fede e ispirazione,
senza lacrime, né vita e amore.
Tornata è l’anima al risveglio:
e ancora mi sei apparsa tu,
come fuggevole visione,
genio di limpida beltà.
E nell’ebbrezza batte il cuore
e tutto in me risorge già -
e la fede e l’ispirazione
e la vita e lacrime e amore.
Viaggiando d’inverno
Dentro la nebbia a onde
si fa strada la luna,
una mesta luce effonde
sulla mesta radura.
Sulla noiosa via d’inverno
va la trojka baldanzosa,
tintinna la campanella
monotonamente affannosa.
Qualcosa di familiare
è nel canto del postiglione:
ora baldoria che avvampa,
ora dolore del cuore…
Non c’è un nero di capanna,
non c’è un fuoco… Vuoto e neve…
Soltanto i pali delle miglia
sopravvengono incontro a me.
Noioso, triste… Ma domani,
domani, Nina, da tè sarò,
non smetterò più di guardarti,
presso il camino tutto oblierò.
Poi la lancetta delle ore
il suo giro concluderà,
allontanando gli importuni
la mezzanotte ci unirà.
Triste e noiosa, Nina, è la via,
il postiglione si è appisolato,
la campanella è una litania,
il volto della luna è annebbiato.
Elaborato da Flavio.49
Questa poesia è stata scritta da , il 14 gennaio 2011 at 02:40, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui
Ho avuta la fortuna di incontrarvi
una sera tempo fa per caso o per fortuna
subito ho avvertito un dolce abbraccio,
da allora son con Voi e non sono più solo.
Per un incanto o semplice magia
Negli occhi apparve un gran sorriso.
Non c’è più mestizia nel tempo della vita
scaldano il cuore i raggi della luna
e volo lontano dietro parole amiche
su un alito di vento foriero di allegria,
sincera e leale, spontanea stretta di mano
e dolcezza di parole sempre rilassate.
E oggi più maturi ancor di un anno
esplode nel mio cuore e nella mente
Un sentimento, un augurio o una speranza
A Voi tutti amici, in Eldy remoti o recenti,
Il nuovo anno porti felicità e ogni bene
E in famiglia armonia ed eterna primavera
autore:flavio
Questa poesia è stata scritta da , il 1 gennaio 2011 at 00:26, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui

Giocavo con i miei ricordi
Li mettevo infila, uno dietro l’altro
Scrivevo loro accanto un’impressione
Poche lacrime e un unico sorriso,
e sempre una serie di emozioni .
Accarezzavo languidamente
i pensieri dolci di una volta
perfino quelli frutto di follia.
Ricordi perduti per illusorie realtà,
pensieri colpevolmente abbandonati
Dietro pur esitata risposta
Al richiamo di chiara ipocrisia.
Per falso ideale fu grande la ferita
Irraggiungibile la grande avventura.
Con chiara sciocca presunzione
Tentavo di aprire cuore e mente
Di una magica Fata deliziosa.
Forse fu pretesa spudorata,
tiepida, morbida pazzia
o ingenua ricerca dell’amore.
Oggi gioco ancora coi ricordi
Ma più non vivo il fascino di un sogno
Né rincorro chimere o utopie,
li metto in fila uno dietro l’altro
ma senza più una lacrima
li accompagna solo un gran sorriso.
Questa poesia è stata scritta da , il 14 dicembre 2010 at 00:23, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui

PERDONAMI
Sono immobili e mute stasera la luna e le stelle,
appena velate da profonda aria di tristezza;
svanisce la speranza in vano, pietoso tentativo
di fugare ansie e dolori da mente e cuore inquieto.
Privo di sicuro ancoraggio in questo immenso mare,
naufrago novello, rifletto con la mia eterna solitudine,
idee e pensieri, ridotti ormai a doloroso rimpianto,
ricercano invano, nell’aria incantata della notte
improbabile tiepido calore di smarrito affetto.
Un vociare stizzito e insistente rompe quiete e silenzio,
ricorda l’amore vissuto e crudelmente mi avverte
che non ti vedrò piu fluttuare su letti di nuvole leggere
dietro il canto stridulo di stormi di gabbiani bianchi.
Affiora quindi violento il ricordo di un errore fatale,
accarezzavo un sogno, non mi accorgevo
che era solo un desiderio troppo ambizioso
Mi illudevo e fingevo di volare alle prime luci del mattino,
ingenuo, volevo affidare i miei pensieri ad un soffio di vento,
allo stormire delle foglie, per portarti una carezza nei capelli,
mille baci sulle guance e il mio affetto nel palmo della mano.
Perciò perdonami se il fruscio delle foglie non lascerà più
su frammenti di cielo sussurri e sospiri di un amore tardivo.
E Concedimi perdono se non cercherò più sulle guance
impronte di baci, ormai sbiadite dal tempo impietoso.
E pazientemente perdo nami se alle prime ombre della sera
quando parlo alla luna mi sfiora ancora un sogno.
E’ solo una lieve illusione che da spazi infiniti,
da eterne luci serali, possa io riprendere la forza
per riuscire a lenire vecchie ferite profonde.
Adesso tutto è fermo e senza tempo e ovunque silenzio,
le cose e gli spazi sembrano di pietra
vivo in una realtà metafisica confinato quasi
in un quadro di De Chirico o Morandi.
Non vedo piu Le barche verdi e le vele allegre della baia.
Non ti vedo passeggiare sulla spiaggia ai limiti dell’acqua.
Ti vedo attenta a non cancellare le orme profonde
lasciate sulla sabbia, speri forse che potrebbe trovarle
e seguirle un uomo piu fortunato di me.
Non cercare più il mio cuore con i tuoi occhi di fuoco,
mentre brucia la mia anima a brandelli.
E perdonami se il sogno si è fatto rimpianto
e ciò che è cancella lo splendore di un amore vero.
Perdonami se ho usato per te parole dolci, soffici e leggere.
Perdonami………. Per non aver capito
Perdonami ……….per non averti dato ……..
Perdonami………..
Questa poesia è stata scritta da , il 29 novembre 2010 at 17:32, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui

Il mio eterno mare,
calmo e trasparente,
Entravamo in acqua
La mano nella mano
Tutto intorno sorrideva:
L’onda di risacca
Il verso stentoreo
Di gabbiani in volo
Pronti a ghermire
Il pesce di scarto.
I giochi sulla spiaggia,
I corpi abbronzati
Dal sole d’agosto.
La tiepida carezza
della brezza di mare
Fra i capelli.
E la sera sulla spiaggia,
La luna piena,
Il fuoco di un falò.
Momenti felici,
Vivi nei ricordi.
Un lampo
E poi la notte
Non sono nostre
Le orme sulla sabbia
La luna è intristita,
È spento il fuoco di un falò,
Invano la mano
Cerca la tua mano.
Eravamo giovani
Sei andata via
Ero un’avventura
Un giocattolo da usare
Per il tempo di un’estate.
Vorrei sapere però
perché conservi
Una rosa avvizzita
In un libro di latino.
Questa poesia è stata scritta da , il 17 novembre 2010 at 04:34, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui
.

Metti raffinato gusto in versi illuminati,
puntuale mostri una signora silenziosa,
cullata da lento languido abbandono.
Non rincorre sogni, né si interessa ai fatti della vita
Tace il suo cuore e i pensieri si disperdono
Dietro il crepitio del fuoco acceso nel camino.
Ha deposto ogni arma la vecchia rassegnata.
Con le tue parole dure esplode l’avversione
a ripugnante, fredda, insensibile rinuncia
alla gioia, alla bellezza e alla speranza.
Gridi il tuo rifiuto a denti stretti e a pugni chiusi
Contro l’esistenza fatta di indolenza ed abulia,
miseri sentieri verso la sconfitta e poi la resa.
Improvvisa esplode una morale coraggiosa
metti in chiaro con versi carichi di passione
la ripugnante avversione a una realtà priva d’esistenza.
Dove fredda rassegnata vegeta vita dissennata.
Spirito guerriero, avvezzo a combattere problemi,
tieni a distanza gelida apatia e oscena noncuranza.
Parli al mondo in versi di coraggiosa pratica di vita
E lo scopo e la speranza che diventi prassi della gente.
Porti una lezione di morale al pavido scettico meschino,
Suo malgrado, incapace di reggere allo scontro
timoroso e spaventato di subire la sconfitta.
Scegli la vita come impone libertà e coscienza
Sai che sempre bisogna opporre risposta coerente
contro fatti ed eventi mai impossibili da affrontare.
Né avverrà che in lontano giorno, magari in altra vita,
possa tu sedere rassegnata in sua compagnia;
certo saprà aspettarti e ti lusingherà ostinata ognora,
ti blandirà e ti alletterà con ipocriti vezzi e con moine,
risulteranno solo seduzioni inutili e vani adescamenti,
rassegnazione sa già che la tua morale volge altrove.
autore:flavio
Questa poesia è stata scritta da , il 20 ottobre 2010 at 18:26, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui

Con allegoria mirata vestita di fascino e calore
e uno stato d’animo rivolto al gusto e alla bellezza,
racconti, limpida metafora, di attenta massaia;
insieme a desideri e fantasia, nobili ingredienti,
impasti farina con “sogni d’oro” e lacrime di gioia.
Malaccorta alla fine, per esagerato grado di calore,
giunge improvvisa, triste clamorosa delusione,
fedifraga condotta aggredisce con l’inganno,
spazza via piacevoli sapori e sentimenti delicati,
spegne la passione, col sogno muore la speranza.
Ma non crea nell’anima né ferita, né amarezza dolorosa,
l’errore è fatto e, novella massaia, ti rivolgi altrove,
fiduciosa ti dirigi verso approdi di genere diverso
dove il dolce si conquista per compenso di mercede
senza pagare, per pegno, il naufragar dei sentimenti.
Né ti affligge insistente, importuna voglia di rivalsa,
né conflitto interno fra ragione e pensieri di vendetta.
Spirito libero, certo delusa e lievemente amareggiata,
trasporti proposti e progetti su limpidi cieli d’altro genere
dove è facile volare, serena e felice, anche senza ali.
Questa poesia è stata scritta da , il 6 ottobre 2010 at 16:14, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui

Pensieri peregrini ti vengono alla mente
Dietro i frastuoni e il fragore del tempo.
Un vento impetuoso porta amare sensazioni,
cumuli di nubi minacciose nascondono il cielo
Squarciato a tratti da violenti lampi di luce.
Presa da disperazione ti tormenti l’anima
ma non perdi in rigoli oscuri l’esistenza,
Né abbandoni la semplice tenue speranza
di ascoltare il sorriso del fruscio delle foglie,
di sentire un tiepido calore sulle guance,
nei capelli la carezza di un alito di vento.
E proprio quando sembri subire la sconfitta
vibra possente il bisogno di vivere una favola
dietro la quiete dei tramonti tinti di rosso
la sera, quando il sole si riposa dietro i monti.
Comprendi allora che la sofferenza non si addice
a uno spirito libero che vuole volare verso l’infinito
ai primi albori coi colori caldi delle aurore estive,
o a piedi nudi camminare con passo delicato,
leggera per prati di primule fresche e pratoline.
Smetti quindi di pensare alle tristezze della vita
e sorridi con Noi non più farfalla infreddolita
ma colomba svolazzante in piena libertà.
autore:flavio;46
Dedicata alle persone che non dovrebbero
Mai arrabbiarsi
Questa poesia è stata scritta da , il 20 settembre 2010 at 05:14, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui

E alla vita dici “Ti amo”.
Lo fai sempre con rispetto.
Ne parli con versi immediati,
a volte delicati e suadenti,
a volte realistici e violenti.
Lo racconti con ritmo incalzante,
accattivante, quasi travolgente.
Con affetto e con passione
Parli di momenti di abbandono
Seguiti da momenti di tristezza,
ti rifugi poi nell’eterno sogno
fatto di speranze e di illusioni.
Spargi nell’aria, con colori delicati,
sussurri sinceri e tenere carezze
il tuo grande amore per la vita.
E io mi perdo dietro questa ridda di pensieri,
Sorride ed approva il cuore catturato,
Smarrita e confusa resta la ragione,
Mentre Affiora un’amara riflessione.
Leggo, rileggo e torno ai versi precedenti,
poi mi fermo a pensare durante la lettura.
Nostalgia mi porta ai tempi di una volta
quando ingenuo fanciullo rincorrevo felice
sogni ed illusioni fra il profumo dei fiori
nel primo tiepido calore in primavera,
e quando il sole, calando dietro i monti,
tingeva di fuoco la valle tutta intorno.
Amavo la vita allora e per molto ancora,
e ora che il tempo passando, senza sosta,
fornisce ai pensieri una minima saggezza
e avverto insieme ad essa un velo di tristezza,
continuo ad amarla e viverla con animo sereno.
Resta però un rimpianto privo di speranza:
ho smesso ormai di inseguire il fascino dei sogni,
aspetto ancora dalla vita un sussurro e una carezza,
e resto distante secoli dai dolci momenti di follia,
non vagheggio più col medesimo ardore giovanile,
abbandono ormai inutili speranze ed illusioni,
ma resto rapito dalla magia di versi pieni di calore,
autentiche espressioni di grazia ed eleganza.
autore.flavio.46
Questa poesia è stata scritta da , il 4 giugno 2010 at 14:09, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui

Ero venuto al treno come ogni mattina
volevo vederti, non potevo farne a meno
portavo fra le mani un mazzo di rose rosse
e nel cuore un sogno e, tenue, una speranza.
Sei scesa dal treno, come sempre, alla stessa ora,
venivi verso di me lentamente, gli occhi fissi a terra,
poi hai guardato indietro, un attimo e ti sei fermata,
aspettavi un nuovo incontro, uno che non conosco.
Gli hai dato un bacio sulle labbra, poi il braccio,
e via a passo svelto con la tua guancia sulla spalla.
Ho fatto un passo indietro, le rose, ormai inutili,
ho deposto in un cestino alla testa dei binari
insieme ad esse il sogno e la speranza ormai svanita,
ma senza lacrime quel mattino alla stazione di Milano.
Autore : Flavio46
Questa poesia è stata scritta da , il 30 marzo 2010 at 21:27, nella categoria: flavio:46. Lascia un tuo commento qui