Poesie di Eldy

UN GIORNO DI PRIMAVERA

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UN GIORNO DI PRIMAVERA
La giornata limpida e il tiepido sole primaverile mi trasmettono un fascino particolare che mi spinge a raggiungere un luogo in cui i miei pensieri si accordano armoniosamente  con i  profumi inebrianti della natura, con i suoi colori sfumati e suoni melodiosi, per purificare nella realtà  il disinganno dei sogni, in cui la più bella delle rose non diffonde profumo, il colore più vivace sbiadisce nel grigio e il virtuoso movimento dell’archetto lascia muto il violino.
Arresto la macchina nell’ultima zona di parcheggio  concessa ai visitatori del parco. Da quel punto il transito è vietato a qualsiasi mezzo a motore. Recupero lo zainetto con la macchina fotografica posato sul pianale del sedile posteriore, armeggio con il teleobiettivo che ritengo più adatto per le riprese e,  mentre allungo il braccio per recuperare dal cassettino del cruscotto il panno per pulire la lente, il mio sguardo viene attratto da un’inconsueta animazione all’interno della vettura a fianco: una coppia sta inequivocabilmente offrendo un sublime omaggio alla dea dell’amore. Superati gli attimi di stupore, afferro lo zainetto, ci ributto alla rinfusa l’attrezzatura fotografica e mi scaravento fuori dalla macchina. Richiudo la portiera accostandola con ogni cautela per evitare di interrompere il celestiale idillio e di moltiplicare il mio già considerevole disagio. Mi allontano celermente da quella singolare alcova per dirigermi verso il bar poco distante, posando con una certa circospezione i primi passi sullo strato di ghiaia che non concede di certo la discrezione sonora di un tappeto. Accorgimento del tutto superfluo considerando che il fragore provocato dalla macchina durante la manovra di parcheggio non ha minimamente allarmato i due piccioncini: le ali del loro cuore, agitate dal soffio caldo della primavera, devono aver spinto la loro mente in un paradiso molto lontano. Se però giudiziosamente avessero avuto l’accortezza  di trasferirvi anche il corpo mi avrebbero evitato una montagna di imbarazzo. Tuttavia mi sento di accordare loro comprensione per essersi in fondo adeguati a una situazione che, presumibilmente, è andata al di là delle intenzioni iniziali e che non ha più consentito loro di organizzarsi al meglio.
La porta del bar si apre con uno sgradevole stridore simile a quello provocato da un gessetto su una lastra di ardesia. Nessuno degli astanti volge lo sguardo nella mia direzione. Ordino un caffè e mi siedo al tavolino per completare il lavoro di sistemazione dell’apparecchio fotografico. Dal tavolo vicino mi giungono scampoli di dialogo privi di particolare concretezza. La conversazione è sostenuta da tre uomini anziani che devono aver concesso una tregua alla saggezza pazientemente accumulata durante tutta una vita. L’argomento è imperniato sull’impiego culinario della patata: lessa, fritta, al forno. E ognuno di loro difende strenuamente la propria convinzione. Per dirimere la fastidiosa diatriba vorrei suggerire l’opzione “purè”, ma temo che non farebbe altro che rinfocolare la già ardente disputa. Alla fine prende il sopravvento e conquista l’attestato di verità condivisa la tesi che uno dei tre riesce ad imporre caricando l’accento più forte sulle sue parole. Infilo lo zainetto sulle spalle, mi appendo al collo la macchina fotografica e mi accingo a entrare nell’imponente pinacoteca della natura in cui le opere esposte, attimo per attimo si rinnovano, colpite da un raggio di sole che sostituisce luci ed ombre, e cambiano forma, lambite da un soffio di vento che scuote lo stelo dei fiori e accarezza le cime degli alberi.
Mi fermo in prossimità delle strisce per l’attraversamento pedonale disegnate sopra un dissuasore di velocità. Osservo il lungo nastro d’asfalto che collega la porta ovest alla porta est di accesso al parco. Una ragazza in t-shirt bianca e pantaloncini neri, che sopraggiunge pattinando sui suoi rollerblade, lascia scorrere i pattini  in prossimità della cunetta. Mentre sfila davanti a me, assume una posizione di defaticamento spostando il tronco in avanti e appoggiando le mani sulle ginocchia per ammortizzare l’effetto dell’ondulazione. Il rilievo plastico che viene offerto ai miei occhi risveglia quell’istinto primordiale del maschio che mi fa mettere mano automaticamente alla reflex per rubare uno scatto. Una debolezza che proprio perché tale mi riesce di controllare pagando un piccolo prezzo al turbamento.
Attraverso la strada per raggiungere i giardini della villa. All’ingresso una mamma sta trafficando per districarsi col passeggino dalla trappola del tornello che limita l’accesso solo ai pedoni.  Mi offro di prestarle soccorso aiutandola a sollevare il passeggino oltre la barriera. Il bimbo comodamente alloggiato nel suo veicolo mi guarda con indifferenza. Di solito i piccoli quando si sentono osservati da me, forse per via della barba, tradiscono sempre qualche emozione, sia essa negativa o positiva, invece questo rimane imperturbabile. Provo a sfoggiare il mio sorriso più accattivante, ma lui imperterrito continua a sostenere il mio sguardo senza battere ciglio. Poi, con aria annoiata, sposta la sua attenzione su un piccione che si è venuto a posare sulla recinzione del laghetto. Quando riporta lo sguardo su di me, mi faccio trovare con un’espressione burbera che ottiene come unico effetto la lenta calata di palpebre del piccolino che si addormenta beatamente. Chiedo il permesso alla madre di scattare una fotografia al suo angioletto. Lei acconsente e ripaga la disponibilità che le ho dimostrato all’ingresso, con il sorriso che mi è stato negato dal suo pargolo. Una foto da aggiungere al mio ragguardevole archivio dei soggetti a cui non ho fatto particolare impressione.
All’ombra di una maestosa magnolia dai fiori sfumati di porpora che sembrano un capolavoro artistico di un mastro vetraio di Murano,  c’è un uomo in compagnia di un’oca dal soffice piumaggio bianco e grigio. Lui è accovacciato di fronte a lei dandomi le spalle e la sta nutrendo con della lattuga; tutto l’insieme è molto suggestivo. Punto l’obiettivo con cura per inquadrare fiori, piume e anche quel trascurabile uomo, quando all’improvviso l’oca starnazzando esce dal mirino della mia macchina per inseguire un corpulento podista che è apparso improvvisamente calando da una collinetta. L’atleta rimane per un attimo sconcertato vedendo quella furia venirgli contro con intento palesemente bellicoso. Si arresta indeciso sul da farsi. Ma poi, quando si rende conto che la minaccia si sta facendo reale, abbandona ogni indugio e, con insospettabile agilità, indietreggia nel tentativo di sottrarsi all’insidioso becco arancione che sta in cima a un collo teso come una lancia e che punta decisamente a colpire il suo prezioso stinco di maratoneta. Troppo tardi ha accantonato l’orgoglio che gli intimava di non fuggire a gambe levate davanti a un’innocua oca: raggiunto, deve soccombere a un deciso affondo che coglie in pieno il bersaglio. La smorfia di sofferenza che appare sul volto del giustiziato sembra appagare l’aggressività dell’oca, che ritorna con gioiosa baldanza a condividere il trionfo con il suo foraggiatore d’insalata, mentre il malconcio amatore di corse campestri, dopo essersi messo fuori portata visiva della sua aguzzina, si ferma per controllare l’entità del danno subito. Io sono rimasto rigido come una statua di sale per tutta la durata della contesa, e ora che l’inquadratura che desideravo fotografare si è ricomposta, mi defilo lentamente per raggiungere una postazione più sicura, badando a non urtare la suscettibilità della belva. Scendo  lungo un acciottolato costeggiato da due mura in mattoni a vista che più in basso vanno a formare un arco e, da quella posizione protetta, posso finalmente scattare le mie foto.
Oltre il vetusto arco ricoperto di muschio e avvinto da piante rampicanti, si apre un ampio giardino inglese. Il colpo d’occhio è formidabile. Il terreno declina dolcemente verso un boschetto sparso di conifere. Un sentiero in terra battuta lo taglia longitudinalmente e il solco bruno sembra uno strappo su un tappeto verde rammendato con scarsa cura. Una coppia di tortore posata su un ramo di cedro osserva incuriosita i miei gesti orientati a catturare con infiniti scatti, tutti i particolari che danzano intorno a me e che sembrano comporre un’immensa tela impressionista: uno splendido cespuglio di forsizia è una macchia d’oro che si pone in aperta concorrenza con il sole che brilla alto nel cielo color pervinca – isole di delicati nontiscordardimé che da sempre sono accomunati agli occhi della Madonna – colonie di violette che risvegliano il ricordo di storie d’amore recenti e passate – colorite celidonie fiorite insieme al ritorno delle rondini – gialle primule, come pepite cadute dalla sacca di un distratto cercatore d’oro, si annidano a piccoli ciuffi tra le radici in rilievo di una possente quercia – tra la distesa di margherite, la scelta indecisa di una romantica ragazzina che con mano tremante coglie il fiore per eleggerne i petali a oracolo d’amore. E tutto questo fascino colorato e silente lo lascio penetrare in fondo al mio cuore.
Ritorno nel parco attraverso un accesso secondario lasciandomi alle spalle il giardino. Uno sportivo molto anziano che non sa interpretare correttamente la pratica del jogging né la misura per ricavarne beneficio, avanza verso di me arrancando. Sbuffa come un piroscafo in avaria ed è secco come i legni che sostengono uno spaventapasseri. Il suo volto è congestionato e una grossa vena risalta in modo allarmante sulla fronte madida di sudore. Non riesco a comprendere quale ambizioso traguardo lo spinge a forzare fino a varcare il limite delle sue possibilità fisiche: quanto sarebbe più salutare per lui una lunga e composta passeggiata a passo sostenuto! Lo lascio sfilare al mio fianco e lo seguo con lo sguardo per un lungo tratto. Non ho ritenuto opportuno  dedicargli uno scatto perché temevo che l’avrebbe suggestionato al punto da fargli considerare seriamente una possibile candidatura alle prossime Olimpiadi.
Mi inoltro in una fitta boscaglia e respiro i profumi selvatici della natura incolta, accompagnato da cinguettii misti di uccelli, modulati ciascuno sul proprio canto d’amore,  che si fondono in un’unica armoniosa melodia. Calpesto giochi di luce che i raggi del sole, penetrando come lame infuocate tra il fitto fogliame, disegnano sul tappeto spugnoso di aghi di pino che silenzia il mio passo. Da un varco tra gli arbusti mi sorprende la corsa di una lepre attraverso i campi inseguita vanamente da un cane. La lepre guadagna terreno ma il cane imperterrito continua l’inseguimento nonostante i ripetuti richiami del suo proprietario. I due antagonisti spariscono alla mia vista proiettandosi in un avvallamento del terreno. Esco dal bosco in tempo per vedere il cane riemergere dal declivio e, trotterellando sconsolato, andare in direzione del suo padrone in attesa.
Un gruppetto di studenti del Liceo Artistico, la cui sede si affaccia sul parco, si sono lasciati tentare dall’irresistibile richiamo della natura e siedono in circolo sull’erba con le gambe incrociate come esili Buddha all’ombra di un frondoso olmo, mentre i loro zaini sono sparpagliati tutt’intorno. Sono cinque maschi e due femmine, e la sproporzione pregiudica qualsiasi motivazione diversa dal desiderio di una innocente e sana evasione dall’impegno scolastico. Passo a debita distanza per non disturbare il loro concistoro, non prima di eseguire uno scatto furtivo del divertente quadretto.
Lungo il sentiero che costeggia il fiume sopraggiunge un ciclista che pedala di buona lena. Niente di male se non fosse che tiene al guinzaglio un povero cane con la lingua penzoloni che giunge quasi a sfiorare il terreno; sembra stremato e in continua difficoltà a reggere le sollecitazioni e il ritmo imposto dal suo crudele padrone. Vorrei apostrofare in modo brusco quel sadico individuo, ma rischierei di ricevere una risposta sgarbata che mi obbligherebbe a togliere il collare al cane per infilarlo al collo del proprietario, a invitare il cane ad inforcare la bicicletta per fargli gustare il dolce sapore della vendetta  pedalando forte fino a sfinire questo padrone che non si merita. Ma  è una bella giornata, sarebbe un peccato guastarla, e allora decido di limitarmi a rivolgere un fulminante sguardo carico di biasimo all’indirizzo dell’uomo e di tenera comprensione verso lo stoico cagnetto. Forse è una semplice impressione, ma la sensazione visiva è che l’uomo si sia reso conto del suo insensato  comportamento e abbia ridotto di molto la frequenza delle pedalate. Ora una foto è ammissibile, escludendo ovviamente l’animale più stupido che non mi è difficile identificare.
Procedo più spedito, attratto dal rumore di una cascata che si fa sempre più scrosciante. Dal cielo sopra di me un superbo airone cenerino con le grandi ali dispiegate plana dietro l’alta vegetazione che popola l’argine del fiume, sottraendosi alla mia vista. Mi apro un varco fra una selva di giunchi contando sul rumore della cascata per non allarmare l’elegante trampoliere. Ora posso vederlo; è intento a setacciare metodicamente lo specchio d’acqua racchiuso tra due banchi di sabbia in cerca di cibo. Rimango ad osservarlo mentre si sposta posando in avanti una zampa e poi l’altra a larghi  intervalli e con estrema cautela per non intorbidire l’acqua. Eseguo una serie di scatti con diverse zoomate, ma poi si fa irresistibile il desiderio di fotografarlo in volo. Raccolgo un pezzo di legno e lo lancio nel fiume, e prima ancora che tocchi la superficie dell’acqua l’airone ha già preso il volo con l’eleganza che gli conferisce la sua grande apertura alare. Catturo una sequenza di immagini di buona qualità che andranno di diritto ad occupare un posto preminente nel mio catalogo riservato alla fauna.
Copro un tratto di strada senza fare incontri particolari ma nutrendomi di un gran senso di libertà. Soltanto la natura riesce ad allontanare ogni monotonia, mutando repentinamente le sue scene. Una panchina vuota, ai margini di una radura, mi risveglia desideri sopiti e vaghe nostalgie. E’ seminascosta da un salice piangente che fa scendere le sue lunghe fronde fin quasi al suolo e, come un sipario onesto, da sempre regala intimità agli innamorati e ai loro solenni giuramenti d’amore suggellati con baci ardenti. A pochi passi da me un audace scoiattolino dal pelame fulvo incendiato dai raggi del sole, rigira freneticamente tra le sue abili zampette una grossa bacca rossa. Un incauto passo in più, per avvicinarmi ulteriormente, compromette ogni possibilità di fotografarlo. Il mio azzardato tentativo è sventato da un prodigioso balzo dell’animaletto che si aggrappa alla corteccia di un grosso abete, ne risale il fusto a velocità stupefacente e lo aggira per scomparire alla mia vista. Rimango in attesa di un suo spostamento, ma lui si limita da lassù a fare capolino per controllare le mie mosse. Mi rendo conto che, giunti a questo punto, sarebbe solo tempo perso sperare in una maggiore disponibilità del piccolo roditore a mettersi in posa, e mi rassegno ad abbandonare la partita.

Appena ai margini della boscaglia sono accatastati pezzi del tronco di un albero secolare abbattuto. Mi soffermo ad osservare con infinita tristezza le sezioni ormai ricoperte di muschi e licheni. L’aggressività di qualche fungo maligno ha costretto le guardie ecologiche a tagliarlo per evitare che l’accidentale caduta potesse colpire qualche passante. Nei pressi, mi infondono fiducia e accendono la mia speranza le bandierine azzurre disseminate su una vasta area destinata a piantagione. Ogni bandierina conficcata nel terreno indica la presenza di un nuovo virgulto che contribuirà a perpetuare l’opera poetica di cui la natura, amorevole come una madre, ci invita a beneficiare.
Mi disseto a una fontanella e mi soffermo ad osservare un merlo maschio dal piumaggio nero lucente da sembrare trattato con del lucido da scarpe. Il ritmico picchettio del suo becco giallo sul terreno, reso leggermente morbido dal rivolo d’acqua che tracima dalla vaschetta, mi ricorda un giocattolo della mia infanzia: un uccellino variopinto di latta che, caricato a molla, simulava il becchettare mentre avanzava a saltelli fino all’esaurimento della carica. Da come ebbi modo di osservare in passato, l’azione del merlo non è finalizzata a catturare direttamente il lombrico, ma a snidarlo con le vibrazioni che i suoi ripetuti colpi assestano al terreno e che costringono la preda, incuriosita o allarmata, a venire volontariamente in superficie. Ma della validità di questa mia tesi non sono affatto certo.
Oltrepasso di nuovo, ma in senso opposto e qualche chilometro più in là, lo stesso viale che attraversai uscendo dal bar, e raggiungo lo steccato che delimita un paddock in cui pascola sparso un buon numero di fattrici. Una di loro, un’imponente saura, appena nota la mia presenza esce dalla mandria e si avvicina caracollando. Tolgo da uno scomparto dello zainetto una manciata di biscotti secchi e glieli porgo mantenendo il palmo della mano ben aperto. La cavalla risucchia con le sue grosse labbra i graditi dolcetti con tale delicatezza da procurarmi solletico e poi, per sollecitarne altri, batte a ripetizione lo zoccolo ferrato sul terreno. Non intendo soddisfare tutta la sua golosa voracità per timore che possa farle male. Le accarezzo energicamente il muso per farmi perdonare il rifiuto a rifornirla di altri biscotti, ma lei sembra non gradire particolarmente e girando bruscamente la testa di lato se ne torna da dove è venuta.
Dal vialetto delle scuderie risale un cavaliere su uno splendido cavallo dal mantello roano in cui la prevalenza di pelo rossiccio rispetto al grigio gli fa assumere una tonalità rosata molto particolare. Vengono verso di me al passo costeggiando lo steccato e io ne approfitto per scattare una foto. Osservando la figura equestre attraverso il mirino mi accorgo che in sella c’è una cavallerizza. Ha un portamento aristocratico e lo sguardo altero. Veste un giacchino nero sopra una camicia immacolata, pantaloni di velluto color crema infilati dentro stivali in cui ci si può specchiare, e in testa un cappellino nero, del tutto simile a quello che Camilla porta anche a letto e che si è levata solamente il giorno del suo matrimonio con Carlo d’Inghilterra. Mi passa accanto senza degnarmi di uno sguardo; forse è rimasta contrariata per essersi vista puntare addosso l’obiettivo della macchina fotografica. Vorrei rassicurarla di non aver effettuato nessuno scatto, ma non me ne dà il tempo. Assesta un colpetto di frusta sul fianco del cavallo che in quattro tempi di galoppo si allontana sollevando zolle di terra e portandosi via l’amazzone con la sua espressione sprezzante. Gran bel cavallo e sospendo ogni giudizio su chi lo cavalcava.
Un gran vocio prelude all’arrivo di un nutrito gruppo di bambini di una scuola materna accompagnati dalle loro maestre. Ritornano dalla visita all’antico mulino e passano ordinati davanti a me in fila per due. Un vivace bimbetto mi saluta agitando la manina e rivolgendomi un “ciao papà” che mi apre il cuore fin quasi alla commozione. Forse il suo papà vero mi assomiglia, magari ha la barba come me, oppure chissà. Ma che importa. Ricambio il suo sorriso e poi me lo porto via con me, nascosto in un prezioso primo piano. L’ultima coppia precede la maestra che chiude il corteo: si tengono per mano una bambina dai lunghi capelli biondi e un maschietto dalla pelle scura con corti capelli ricci e neri. Ma queste differenze le noto solo io: per loro ciò che vale è il colore del cuore e non della pelle.
Dopo quest’ultimo incontro non ho più nulla da chiedere a questa magica giornata, così come, mentre mi sto avviando verso l’uscita, non interrogo i presagi dell’avvenire. Non chiedo a me stesso di quanto ho superato il punto mediano della mia vita, perché non conosco la formula matematica che risolve l’incognita del punto d’arrivo del mio percorso. Preferisco evitare di pensarci per non sfidare i precisi calcoli che il destino ha già prodotto per me, anche se non ne ho affatto timore. Mi basta godere il tempo che mi sarà concesso, momento per momento, nella felice consapevolezza che esistono giornate come questa, da vivere in un luogo in cui ogni volta, legata alle emozioni, sento di lasciare qualcosa di me che mi farà tornare.
Autore:Adso
Nota: Tra le foto che compongono il filmato troverete i luoghi reali fotografati da me e descritti nel racconto.

Questa poesia è stata scritta da Domenico.eldy, il 31 marzo 2011 at 05:51, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



NON DIRE NON LO SO

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NON DIRE NON LO SO
1) I lampioni si accendono nel crepuscolo ma la loro  luce fioca  non entra ancora in contrasto con il velo grigio del calare della sera. Piccole imbarcazioni rovesciate, tirate all’asciutto, sembrano enormi conchiglie spinte in secca da un’onda anomala. L’accesso al molo d’imbarco dei battelli è impedito da una catena a maglie biancorosse. La grande mole di un battello ancorato alla fonda per il periodo invernale sovrasta il bar- biglietteria, edificato su solidi pilastri conficcati sul fondo del lago come moderna palafitta. Le luci all’interno sono spente e un cartello appeso sulla vetrata avvisa che la navigazione è sospesa e riprenderà solo a primavera. Mi guardo intorno ed è così immobile la scena, quasi spettrale con la foschia che gravita lieve sopra le acque e il silente spazio della piazza vuota dietro di me che un brivido mi corre lungo la schiena. Sollevo il bavero del giubbotto e affondo la testa nelle spalle per opporre maggiore resistenza all’insidia tagliente del vento. La Breva, il vento che cala dai monti attraverso la valle, imperversa nel porticciolo  abbattendosi  con violenza sul nugolo di barche col pennone spoglio di vele, come aste di bandiera senza drappo. Le folate sospingono avanti il mio passo, cadenzato dagli scricchiolii degli scafi sollecitati dai capricci del vento e dallo sciabordio delle onde, lungo il corridoio delimitato dal filare di platani e dal parapetto in ferro che costeggia le sponde del ramo di mezzogiorno del lago. La drastica  potatura dei platani preserva solo monconi di rami simili ad  amputazioni irreversibili che li strappano dal regno vegetale per calarli dentro un grottesco allestimento scenografico di cartapesta. La mia ombra si proietta al suolo ad ogni passaggio sotto la luce dei lampioni, per poi sparire ingoiata dalle tenebre che ora si estendono uniformi con precise pennellate di nero che nascondono al mondo un uomo in balia dei suoi segreti. Un’unghia di luna graffia lo specchio scuro del cielo. Le luci pallide delle stelle, come lumi di lucciole tra il denso fogliame di una siepe, brillano intermittenti nel subitaneo nulla, si spengono e riappaiono poco più in là dove prima era buio totale. Tutto in questa sera sembra indeciso, incompiuto, eppure non meno bello nel diadema di nostalgie vaghe che li incorona.
Volgo lo sguardo verso la piazza illuminata con al centro  un’austera statua bianca dagli occhi inespressivi che, dall’alto del piedistallo, fissano un punto indistinto e lontano. Abbandono i miei pensieri come dentro un sonno oppiaceo per risvegliare il ricordo di una sera del passato del tutto simile a questa.
Mi stavo logorando nella febbrile attesa di una voce o di un passo. Lei giunse in notevole ritardo all’appuntamento che avevamo concordato. La vidi attraversare la piazza in diagonale con passo svelto. Le andai incontro e, mentre attraversavamo la litoranea a quell’ora sgombra di traffico, come d’abitudine le presi la mano per assecondare l’istinto protettivo che mi ha sempre suscitato la sua delicata figura. Raggiunto il marciapiede opposto che costeggia il lago lei liberò la sua mano dalla mia con un movimento rapido e risoluto. Affondai le mie mani e il disagio per la loro inutilità nelle tasche e per lungo tratto procedetti al suo fianco sotto la bastonatura del suo silenzio. Entrambi sapevamo che questa sarebbe stata l’ultima volta insieme, e io  mi rendevo conto con angoscia che i momenti che avrei vissuto di lì a poco sarebbero rimasti con me per sempre. Il vento accarezzava l’acqua del lago profumandosi di pioggia e  una misteriosa atmosfera pregna di ricordi aleggiava intorno a noi. Tra soprassalti di pensieri ero alla spasmodica ricerca di parole che mi avrebbero finalmente dischiuso una certezza e cancellato il supplizio del dubbio. Una domanda chiara e precisa senza la possibilità che evolvesse in aperto dissidio. La trattenni per un braccio e lei si fermò alzando lo sguardo su di me. Il residuo di luce che persisteva nei suoi occhi mi diede il coraggio di chiederle: 
“Provi ancora amore per me?”
“Non lo so”. Fu la sua raggelante risposta.
Tre parole per squarciare anche la più misera delle speranze e mostrare una realtà irrevocabile, sentenziata da  un’eco persistente di tre rintocchi di campana a martello che annunciano la morte nel cuore. Tre parole di sconvolgente crudeltà posate sopra una inaccettabile pietà. Tre parole inequivocabili che proclamano una negazione inoppugnabile dell’amore e, ancor peggio, soffocano anche la più mesta delle preghiere per mendicare il diritto di conoscere il perché. Tre parole che opprimono con  il peso insostenibile dell’umiliazione per lo sconfitto, considerato indegno di pretendere  una qualsiasi spiegazione, anche la più debole, perché è protetta dalla menzogna; come se l’accanimento fosse legittimato dalla soddisfazione di un inconfessabile capriccio la cui leggerezza è tanto impalpabile da non poter essere descritta.
E come spesso succede è ciò che viene taciuto a fare più male, a insinuare un implacabile tormento. Inghiottii a fatica il nodo alla gola. Mi staccai da lei per nascondere quelle penose emozioni che assalgono chi improvvisamente si sente privato dell’amore e del permesso di amare,  e mi misi a fissare il baluginio che i miei occhi velati di lacrime trasmettevano alle luci disseminate lontano, sull’altra sponda del lago, mentre udivo lo scalpiccio dei suoi passi che si allontanavano. Poi solo il silenzio e il mio senso di nullità da nascondere a tutti in un anfratto irraggiungibile.
Non seppi mai cosa si nascondesse dietro quel “non lo so” e nulla feci per scoprirlo. Lasciai che la vita continuasse senza di me, confortato soltanto dal pensiero che a nessun sentimento sono garantite intensità e durata: né all’amore e, per fortuna, nemmeno al dolore. Dopo lungo tempo sono voluto tornare dove vidi implodere l’edificio della mia felicità in un’immensa nuvola di polvere che  mi ottenebrò la mente e della quale, seppur diradatasi nel tempo,  sento ancora l’acre sapore in bocca. La resurrezione del passato rende le cose meno rischiose e non riesce a rinnovare tutta la sofferenza che si è vissuta. E allora, qui, dove avevo seppellito ogni mio progetto e tolto al mio tempo il presente e il futuro, voglio trovare la forza per abbandonare tra le macerie anche il fantasma dell’ossessione per quella risposta malvagia che iscrisse un’ipoteca di malinconia, di rimpianto e di assenza sulla mia gioia di vivere. Solo allora il vento si placherà, i vapori di nebbia si dissolveranno, i platani si vestiranno di teneri germogli, le barchette obbediranno alle sollecitazioni del remo, il battello lancerà alto il suo severo richiamo e i miei occhi potranno ancora catturare il dolce sorriso di una donna, per ricominciare la vita dal punto in cui l’avevo lasciata.
Autore:Adso

Questa poesia è stata scritta da Domenico.eldy, il 19 marzo 2011 at 20:07, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



LE STAGIONI DELLA VITA

 edso

 LE STAGIONI DELLA VITA
Ho visto fresche primavere preparare una distesa di fiori, torride estati preparare una distesa di sole, tiepidi autunni preparare una distesa di foglie e rigidi inverni preparare una distesa di neve.
E ho visto nella parata delle stagioni della vita danzare le mie ore su un passato che non si è mai completato, un presente che assumeva forme consuete e un futuro già vissuto infinite volte, tra odio e amore, piacere e dolore, felicità e sofferenza, allegria e solitudine,  vizio e virtù, coraggio e paura, menzogna e verità, angoscia e serenità, fede e scetticismo …
… E ho visto chi con l’odio ha creduto di allentare la stretta lacerante degli artigli intorno al suo cuore tradito e chi ha perdonato continuando ad amare anche dopo aver desiderato persino di morire - 
Chi ha conosciuto il piacere respirando la natura nell’orgia di profumo di una notte di rose e chi ha ingannato il dolore trasformandolo  nel  coraggio di sorridere a chi mostrava pena per lui -
Chi ha ritrovato la felicità modellando il rimpianto nel dolce ricordo di un amore antico e chi ha lenito la sofferenza persuadendosi che qualunque cosa meno di così sarebbe stata impossibile -
Chi ha disarmato il destino con la luce dell’allegria per illuminare la penombra nel cuore e  chi ha combattuto la solitudine nella consolazione che almeno il silenzio lo stesse ascoltando –
Chi ha vissuto la dannazione perenne per il piacere di un attimo e  chi ha speso ogni virtù nell’accettare la pena per un delitto mai commesso –
Chi ha mostrato eroico coraggio ed ha vissuto attanagliato dalla paura del non temere nulla e chi ha sconfitto mille paure trovando ogni volta l’ombra di coraggio per annientarle -
Chi ha fatto ricorso alla forza seducente della menzogna truccandola nella verità dell’io per ingannare sé stesso e gli altri e chi vi ha opposto la verità subendo dileggio e sventure –
Chi ha interpretato la sua vita solamente come l’angosciosa preparazione di un finale e chi serenamente ha tirato avanti un’esistenza ignorando l’enigmatica figura del mistero che lo sollecitava a chiedersi dove stesse andando -
Chi ha professato la sua fede diffidando del credo imposto con la minaccia e il merito e  chi ha contrastato lo scetticismo verso un Dio incomunicabile professando la fede nella vita nel segno dell’onore e della carità.
E tra momenti di euforica speranza e momenti di desolante malinconia ho udito tutti questi palpiti provenire dal cuore di persone che ho incontrato attraversando le stagioni della vita: dal primo vagito che sale dalla culla al tonfo sordo della bara che viene calata nella tomba. E infine, tutto ciò che di osceno e sublime c’è stato, insieme al corpo sfatto dalla malattia, dilaniato nell’incidente, esausto dalla vecchiaia, lo si abbandona nella tranquillità di un luogo in cui regna un buio mai visto e dove ognuno avrà la sua risposta.

Autore:adso

Questa poesia è stata scritta da Domenico.eldy, il 5 marzo 2011 at 19:58, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



LA LUNA NELLA BRUGHIERA

LA LUNA NELLA BRUGHIERA

brughiera

A volte succede che la nostra mente venga attraversata all’improvviso da una scia luminosa che rischiara qualcosa che credevamo esaurito nel tempo, abbandonato, dimenticato. Ma il passato non è mai finito ed esiste sempre un momento nel futuro che ci spinge a tornare là, dove abbiamo riso e pianto con gli stessi occhi.

E questo è quello che accadrà a un uomo che sta guidando  senza una meta precisa in una calda serata estiva. L’aria fresca che entra dal finestrino è il sollievo che chiede alla corsa misurata della sua auto. La radio, tenuta a basso volume, trasmette musica, puntualmente interrotta dagli stucchevoli interventi di un indisponente DJ.  Lui ascolta distrattamente relegando senza difficoltà il tutto a sottofondo dei suoi pensieri. La stessa sorte la riserva al notiziario della notte che sgrana un rosario di fatti privi di particolare rilievo. Ma improvvisamente una notizia riesce a catturare la sua attenzione: “Quarant’anni fa, il 20 luglio 1969, si realizzava la storica impresa che vide il primo uomo posare il piede sulla superficie lunare“. Le parole dello speaker fanno breccia nella sua mente. Si arresta sul lato della strada per riflettere sulla casualità che ha fatto riaffiorare una sensazione tanto viva, e sul modo fortuito con cui si è palesata, tra musiche e parole confuse, che è garanzia dell’autenticità delle immagini che ora scorrono veloci nella sua mente, per inseguire quella notte appartenuta ai suoi vent’anni. Riparte deciso per una corsa lunga un pugno di chilometri per raggiungere un luogo distante quarant’anni.

Giunto in prossimità di un villaggio contadino sente l’obbligo di riconsiderare il senso di ciò che sta facendo. Solleva il piede dall’acceleratore, procede lentamente mentre riflette su quel pensiero, sommesso ma persistente, che si è insinuato nella sua mente e che lo spinge a inoltrarsi tra due lunghe file di caseggiati di identica struttura che costeggiano la strada. Il  borgo è immerso nel buio e nel silenzio. L’unico punto in cui traspare una forma  di vita è il debole chiarore riflesso sull’asfalto dalle luci di un’osteria. La porta è spalancata per far entrare il fresco della sera e lui vi indugia per un istante. All’interno si attardano alcuni temerari del luogo che hanno osato violare il precetto contadino d’andare a letto  con le galline, pur tenendo fermo il proposito di levarsi all’alba, al primo canto del gallo. Con un sorriso a fior di labbra rammenta l’unica volta che entrò nel locale. Fu per una emergenza che a raccontarla oggi potrebbe sembrare una farsa, ma all’epoca portava con sé una certa carica di  drammaticità. Si allontana prima che gli avventori notino la sua presenza, e appena fuori dal villaggio lascia la strada principale piegando verso destra per imboccare la strada che attraversa la brughiera per collegare le molte fattorie in essa disseminate. Un tempo era una carrettiera che nella brutta stagione si percorreva con molta difficoltà ed era sconsigliata alle autovetture. Ma ora nota con soddisfazione che è completamente asfaltata, pur avendo mantenuto inalterate le esigue dimensioni della carreggiata, invero molto stretta tanto da consentire solo il transito alternato di mezzi di non grandi dimensioni.

La strada corre leggermente in discesa e il regime del motore mantenuto al minimo rispetta la pace che regna intorno. Attraversa un boschetto di robinie che gli regala un fugace senso di frescura. Allunga il braccio fuori dal finestrino e agita la mano aperta come per convogliare all’interno dell’abitacolo gli inebrianti profumi che variano col mutare delle diverse colture. E’ il tempo della fienagione e l’odore dei foraggi, che stuzzica piacevolmente le narici, si effonde dalle balle cilindriche sparse sui campi. Contro la sua mano esposta si arresta il volo di un maggiolino un po’ distratto, che si insinua fra le dita per aprirsi un improbabile varco verso la libertà. Incuriosito dal solletichio delle zampette sui polpastrelli, l’uomo ritrae la mano all’interno della vettura per osservare da vicino gli inutili sforzi profusi dall’insetto per riprendere il volo. Il frenetico vibrare delle due coppie di ali producono solo un ronzio tanto potente quanto inefficace. Lo toglie con delicatezza da quella rampa di lancio inadeguata e ne agevola il decollo posandolo delicatamente sullo specchietto retrovisore esterno, da cui riprende il suo volo notturno.

Ha la percezione viva di essere giunto in prossimità della meta. Accende le luci abbaglianti che illuminano il ciglio da cui si diparte  un sentiero utilizzato dai trattori per accedere al podere. Non si è sbagliato, è questo il luogo. Il fascio di luce della macchina illumina a giorno un casolare poco lontano e un cane legato a una lunga catena che abbaia furiosamente verso l’intruso.

Spegne  luci e motore e rimane immobile in attesa del ritorno della quiete. Dallo sferragliare della catena trascinata sul bitume dell’aia e dal brontolio sommesso che va spegnendosi, deduce che finalmente il cane è soddisfatto dell’esito del  suo stentoreo impegno vocale, e si sta allontanando per presidiare quel che resta del  suo angusto raggio d’azione. E’ tornata la pace, e in un punto indefinito del campo un grillo riprende il suo monotono canto d’amore. L’uomo fissa a lungo il sedile vuoto al suo fianco mentre la sua mente vola sulle ali della nostalgia fino a quando davanti ai suoi occhi, come per incanto, si materializza la splendida figura di una ragazzina di quarant’anni prima.

*

20 Luglio 1969

Con l’intimità del suo esile corpo concesso al vigoroso abbraccio di lui nel più completo abbandono alle sue carezze e con la frequenza del loro respiro e del battito del loro cuore che si univano alla melodia che scaturiva dalla soavità della sua voce, una coppia di giovani danzava sulle soglie dell’amore in una perfetta sintonia di sentimenti, che alienava ogni tentazione di rendere precipitosa la ricerca di altre fonti di piacere, rispettando la delicata purezza della loro intesa e gli acerbi sedici anni di lei.

Le loro voci risuonavano nell’aria immobile rimanendo sospese nel cielo stellato:

“Mi inquieta quel luogo. Ci abita qualcuno?” – confidò con voce tremula la ragazza indicando col dito teso  l’altura davanti a loro, sopra la quale il chiarore della luna illuminava appena i contorni scuri di una costruzione medievale.

“E’ un antico romitaggio francescano abbandonato da tempo. Ormai ci sono solo i fantasmi di  coloro che ci hanno vissuto” – Le rispose con voce grave,  trattenendo a stento il riso e pregustando l’effetto che le sue parole avrebbero avuto su di lei. Il leggero brivido che scosse il suo corpo e l’accentuarsi della pressione contro il suo petto in cerca di maggiore protezione, gli confermavano la reazione che aveva previsto. Le sollevò con delicatezza il mento con due dita e guardò i suoi occhi impauriti. Si chinò a baciarle le labbra, ma poi nel tentativo di rassicurala ulteriormente, le sussurrò parole che finirono per ottenere l’effetto contrario: “Non devi avere nessun timore. Il tuo cavaliere ti difenderà dal mostro, anche a costo della sua vita”.

“Di quale mostro stai parlando?” – gli chiese dopo un sussulto.

“A guardia di ogni tesoro c’è sempre un mostro: un drago alato che sputa fuoco dalle fauci spalancate incenerendo chiunque osi avvicinarsi, o un’idra terrificante con le nove insidie delle sue nove teste di serpente o altro ancora più orripilante. E tu sei il mio tesoro! Il mio tesoro più prezioso e per conquistarlo mozzerò uno a uno i cento tentacoli della mostruosa piovra che avviluppa lo scrigno d’oro in cui sei adagiata da ben sedici anni in attesa del bacio del principe azzurro.”

“Eri riuscito a impressionarmi” disse facendo sciogliere la sua trepidazione dentro una risata liberatoria. E per sostenere il gioco che adesso la divertiva proseguì chiedendogli – “e dove sarebbe questo scrigno d’oro in cui sono seppellita?”

“Ma insomma!” – esclamò lui – “Usa un po’ di fantasia. La nostra cinquecento gialla è più di uno scrigno d’oro, è una bomboniera foderata di raso, quando ci sei tu” – E sorridendo aggiunse divertito – “Stasera mi sento particolarmente generoso e per coinvolgerti maggiormente nella fiaba ti concedo di scegliere il colore da assegnare alla piovra”.

“Non sarà questo particolare a farmi sentire la protagonista della storia. Ciò che bramo è il bacio che mi libererà per sempre dall’incantesimo della bomboniera” – replicò lei in tono scherzosamente risentito. Poi chiuse gli occhi per un attimo come per celare un desiderio segreto, mentre cercava le sue labbra per l’interminabile bacio che accese i loro volti e rese affannoso il loro respiro. Rimasero in silenzio, persi nei loro sguardi fino a esaurire lo scambio muto di solenni promesse di amore eterno.

“Sai che da lassù qualcuno ci sta guardando?” – riprese lui, invitandola ad alzare gli occhi al cielo.

“Intendi dal Paradiso?”

“No, da un po’ più vicino: dalla luna. Questa notte due uomini passeggeranno lassù” – Disse indicando la luna chiazzata d’argento.

“E perché ci stanno andando?” – soggiunse lei con aria stupita.

“Per studiare da vicino il nostro satellite”.

Lei rimase assorta nei suoi pensieri per il tempo necessario a formulare la sua opinione – “Gli astronauti, totalmente immersi nel loro lavoro, trascurano il tempo da dedicare  all’amore, altrimenti si sarebbero resi conto dell’inutilità della loro impresa, per altro molto rischiosa” – chiosò convinta  -  ”Sarebbe stato saggio e anche molto più economico se avessero chiesto informazioni a noi o a quelli come noi, che in fondo non siamo così rari” – concluse con una certa sicumera.

“Cosa intendi? Temo di non seguirti” – le chiese assumendo un’aria perplessa.

La ragazza tirò un lungo respiro prima di iniziare a descrivere le mirabolanti qualità della luna con un’appassionata arringa.

“Intendo dire che per gli innamorati la luna non ha segreti. E’ l’amica fidata  che distende il suo tenue chiarore sulle acque del lago, per condurre verso l’approdo la barchetta degli amanti sorpresi dalle tenebre. E’ la vagante artista che cala fasci di luce tra gli intervalli degli alberi, per disegnare arabeschi vellutati sul viale degli innamorati. E’ l’esperta cortigiana, testimone di tante notti d’amore, che ammicca civettuola alla coppia indecisa per dissiparne la timidezza. E infine, è la custode delle promesse d’amore, di quelle mantenute e di quelle tradite, ma tutte sincere nel momento in cui vennero scolpite sopra il suo delicato pallore. Quale segreto può nascondere, lei, che si affanna per aprirsi un varco fra le nubi per non privare della loro “notte di luna” gli innamorati al primo appuntamento? E’ per questo che ti ho chiesto a cosa serve raggiungere ciò che la fantasia degli innamorati detiene fra le mani da sempre. Quale risultato spera di ottenere chi l’avvicina fino a calpestarla? Per godere appieno la bellezza di un’opera d’arte non bisogna appiccicare il naso alla tela su cui è dipinta, ma occorre mantenersi a un’adeguata distanza; ed è così che occorre ammirare la luna: dal punto che la separa da un cuore che batte per amore. Hai compreso il mio pensiero, amore mio?” – Concluse lei con un tono di particolare dolcezza.

“Dolce bambolina mia, la limpidezza dei tuoi sentimenti è in grado di contrastare e, alla fine, di prevalere su qualsiasi ragionamento” – replicò, sorridendo alla sua tenera ingenuità. “Da parte mia devo confessarti di aver osservato spesso la luna nel cielo e l’evolversi delle sue fasi.  Dal primo quarto che avanza da ponente, alla maestosità del plenilunio, fino all’ultimo quarto che si spegne a levante; ma credimi, non mi ha mai sollecitato particolari sensazioni. La luna che mi fa battere il cuore è quella che in questo momento si specchia nei tuoi occhi, ed è come fosse lì da sempre, come adagiata sul mare”. Concluse con la voce arrochita dall’emozione mentre asciugava due lacrime di gioia che scendevano silenziose sulle guance della ragazza.

*

L’uomo torna dal suo passato con le mani ancora bagnate dalle lacrime che riverberano il chiarore della luna di quella sera. Una sera che non riesce a scordare perché così diversa dalle altre per aver acceso speranze e allontanato rinunce. In un cielo lontano, scariche di fulmini sfregiano le tenebre e si ode il sordo borbottio di un temporale. Il sogno è finito e l’uomo è di nuovo solo. Il posto al suo fianco è vuoto, e  la luna si è rassegnata a lasciarsi inghiottire da una grande nube che, come un soffio di fumo nero, solca il cielo. Il suo chiarore si fa gelido e poi si spegne calando un drappo di tenebre oscure sulla brughiera, e lui  si chiede cosa resterà delle astrazioni di questa magica notte. Le foglie del gelso vibrano e sembra sia il loro movimento a provocare la leggera brezza che accarezza un volto che si increspa nel sorriso di un uomo triste. Intorno a lui: la brughiera con i suoi profumi, il casolare con il cane che trascina la catena, il romitaggio con i fantasmi di coloro che un tempo ci hanno vissuto, la Luna che l’ha soccorso nel ricordo di una notte, il firmamento celeste con le vaghe stelle dell’Orsa che hanno ispirato il Poeta, e infine il suo tesoro svanito con il mostro che non ha saputo sconfiggere. E tutte queste cose, non hanno più niente da dire al suo rimpianto. I suoi occhi non le rivedranno più.

Dedicato a una ragazzina che quarant’anni fa sorrideva alla luna.

Autore: Adso

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Questa poesia è stata scritta da paolacon.eldy, il 12 gennaio 2011 at 15:08, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



LA BANCARELLA DEI LIBRI USATI (Una Storia di Natale)

LA BANCARELLA DEI LIBRI USATI
(Una Storia di Natale)           agrifoglio11

E’ la vigilia di Natale. Due file di bancarelle fiancheggiano il corso nel cuore del centro storico. I miei passi calpestano barlumi di luce tremolante che si riflettono sul viscido selciato di un nero brillante, come fosse lastricato d’onice striato. Le mille  luci soffuse e sobriamente distribuite tra le postazioni degli ambulanti, non giungono a minacciare quel senso di intimità  protetta dalla coltre di nebbia che cala, velo dopo velo, per dipingere una scena senza contrasto dal fascino pallido e silenzioso, che gradatamente toglie forma alle cose e cela la fisionomia delle persone, ricreando atmosfere ovattate in cui, anche i colori più vivaci, si attenuano e sbiadiscono nel grigio. L’aria dei sogni sembra avvolgere persone e cose, ed io respiro il ricordo di rinnovate sensazioni, sostenute da visioni e suoni riproposti immutati negli anni,  ma che ogni volta caricano sempre più il mio cuore del peso di una struggente nostalgia.
La bancarella di profumi esotici è illuminata da lanterne di carta rossa. Un uomo con un caffetano bianco lungo fino ai piedi, una fluente barba e due occhi da profeta, brucia bastoncini d’incenso. Il mistico profumo che si diffonde mi riporta con la mente alla Chiesa in cui, per la prima volta, percepii quella fragranza, e al chierichetto che durante la funzione, con un movimento incessante, rinfocolava e manteneva vive le esalazioni del turibolo.
Mi soffermo ad osservare un gruppo di ragazzine che maneggiano con cura luccicanti oggetti di chincaglieria come appartenessero al tesoro della corona inglese: lunghi pendagli tempestati di pietre colorate che appoggiano ai lobi dell’orecchio assumendo l’aria altera e ammaliante di novelle Cleopatra, che poi  stemperano dentro una risata collettiva che esalta tutta l’impareggiabile bellezza della loro spensierata gioventù.
Bambini cercano di divincolarsi dalla stretta morsa del papà per indicargli più d’appresso, con gridolini acuti, l’oggetto dei loro volubili desideri, che mutano ad ogni passo col variare dell’abbondante mercanzia esposta in anarchica sequenza; anche questo è un piccolo segno dell’inarrestabile corsa del tempo: sembra ieri quando il mio imbarazzo  era confinato nella scelta tra un’arancia e un mandarino.
Un anziano signore, già nell’età in cui si trascurano le ore, vaga indolente buttando lo sguardo qua e là, pur sapendo di non essere interessato ad acquistare nulla di quanto è esposto ma che, forse come me, è tornato per ritrovare i passi perduti tra le pieghe di anni lontani.
Un’imponente stella cometa si staglia sopra il portale della Chiesa. La sua luce  illumina parzialmente la schiena ricurva di una zingara rannicchiata sul gradino bagnato. Il suo vestito logoro oppone una scarsa resistenza al freddo intenso che penetra nelle ossa. Si dondola avanti e indietro al ritmo lento di una nenia sussurrata come un lamento a bocca chiusa, stringendosi al petto il fardello che avvolge il suo figlioletto. Mi fermo rapito ad osservare questa Madonna che sembra uscita dalla Sua raffigurazione incorniciata  tra raffinate modanature dorate all’interno della Chiesa, per scendere umilmente tra la gente in questo giorno particolare. Mai allegoria della natività apparve così perfetta ai miei occhi. Si mantiene in disparte per non intralciare il flusso della folla  lungo il corridoio del mercatino ma alcune persone, emulando i Re Magi, seguono l’indicazione della cometa e  le si avvicinano per un gesto di carità che depongono nella sua mano tesa. Mi avvicino anch’io e mentre le faccio dono di una moneta, provo l’insopprimibile bisogno di sfiorare la sua mano gelida con una furtiva carezza, come per trasmetterle un po’ di calore e, a mezza voce, le auguro buon natale. Lei solleva il capo e l’ombra del suo sorriso di soave condiscendenza cancella per un istante  due permanenti solchi di sofferenza ai lati della sua bocca e mi fa andar via con qualcosa di nuovo e di infinitamente ricco dentro il cuore:  sono le magìe della notte di Natale.

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Al termine della teoria di banchetti illuminati c’è il buio. Lungo un tetro passaggio ad arco sono allineati dei cassonetti, del tutto ignorati  dai soliti amanti imprecisi del bene pubblico che hanno ritenuto più comodo abbandonare all’esterno la loro coltivazione intensiva di scarti di ogni genere. Delle figure ignote si appiattiscono nell’ombra. Fisionomie deformate dal vizio e dall’indigenza, impegnate in squallide contrattazioni di incerti paradisi e sicuri inferni. Poi qualcuno spegnerà le ultime luci nei cunicoli della propria coscienza, sbarrando ogni via alla speranza di ravvedimento e si inoltrerà ancora di più nelle tenebre, per celebrare in solitudine il rito dannato. E’ penoso osservare impotenti questa landa di umanità perduta. Mi scuote  l’agghiacciante contrasto tra questi cascami di vita in cui anche l’ultimo rivolo di speranza si è inaridito e i volti sereni di gente di ogni età e condizione  che danno vita a uno spettacolo fiabesco tra le bancarelle del mercatino, come figure di ballerine che danzano sulla piattaforma di un carillon, abbracciati all’armonia di note angeliche che si diffondono nell’aria.
Mi sottraggo con un senso di angoscia a quel drammatico confine tra luce e tenebra, mantenendomi sul lato del mercatino che avevo trascurato nel primo passaggio. Passo attraverso effluvi che si fondono e si separano, prevalendo a turno per un istante, come il penetrante odore emanato dalla commistione di vari tipi di formaggi disposti sul tagliere, che viene prontamente sostituito, appena più in là, dai fumi dolciastri delle frittelle. Tra due bancarelle si è ritagliato uno spazio il venditore di caldarroste. E’ impegnato a rimestare le castagne per distribuirne in modo omogeneo la tostatura. Le rigira con un movimento circolare della mano che sembra ricoperta da un guanto nero. In realtà le sue dita sono nude e annerite da uno spesso strato di fuliggine che, come una protezione di amianto, le rendono refrattarie al forte calore sprigionato dalle fiamme che salgono dalla caldaia fino a lambire la graticola. Soddisfa la richiesta di una giovane coppia che si è avvicinata al suo carretto, riempiendo con perizia un misurino di latta. Poi con gesto teatrale vi aggiunge la canonica castagna in offerta speciale, la proverbiale ciliegina sulla torta, che dovrebbe rappresentare la sua massima espressione di generosità; versa il tutto dentro un cartoccio di carta paglia e lo porge alla ragazza che lo stringe con entrambe le mani per trarre beneficio da quell’empirico scaldino. Oltrepasso quel subitaneo tepore, inalando la caratteristica fragranza trasportata dal gradevole soffio caldo che si diffonde intorno.
L’attrazione fatale di una bancarella di libri usati mi serve a superare lo sgomento per il desolato scenario che mi ha visto testimone in fondo al corso. Ho sempre subito il fascino di questi libri, disposti sul piano in un ordine casuale, che ti obbliga a  frugare tra i volumi per scoprire quello che conquisterà la tua attenzione. Prendo fra le mani un’edizione economica della “Therese Raquin” di Emile Zola che lessi in passato, e mi chiedo se la persona che ha sfogliato le sue pagine abbia provato, come me, la sensazione di  una mano di ghiaccio che gli artigliava la nuca.  Il venditore di libri appare del tutto disinteressato ai movimenti dei suoi potenziali acquirenti. Imbacuccato nel suo pesante giaccone di panno nero si è tirato il cappuccio sopra la testa e il dondolio della fila di lampadine, sospese sopra il banco, disegnano sul suo volto luci ed ombre che gli fanno assumere l’aspetto patibolare di un’inquietante sagoma gotica. Il suo impegno è tutto proteso a sconfiggere i morsi del freddo di cui è preda da molte ore, e sposta alternativamente il peso del corpo ora su un piede ora sull’altro, mantenendo la cadenza precisa di un metronomo e, come in preghiera con le mani davanti alla bocca, alita sulla punta delle dita unite a crocchio.

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Procedo nella mia serrata selezione tra la miscellanea di volumi quando l’occhio mi cade sulla copertina a rovescio di un libro che raffigura un uomo dell’800. La parola “Guermantes” contenuta nel titolo mi fa trasalire: ecco il mio libro! Allungo il braccio, ma prima di me una piccola mano dentro guanti di lana bianchi raggiunge l’obiettivo, stroncando la mia caccia al tesoro. La ragazza che ora tiene tra le mani il mio agognato libro indossa un cappottino rosso, ed è avvolta in un candido sciarpone  ad effetto burqa che le lascia scoperti solo due stupendi occhi verdi che, nonostante la scarsa luce, riescono a catturare meravigliosi riflessi dorati. Dentro la dolcezza del suo sguardo si dissolve il mio disappunto, sostituito da una contenuta tenerezza che si coniuga con quella del  sorriso che appare sulle sue labbra mentre fa scendere la sciarpa sulla gola.


“E’ interessato anche lei a questo libro?” mi chiede in  tono dispiaciuto come per volersi scusare di una presunta impertinenza commessa ai miei danni.
“Assolutamente no” – le rispondo per sollevarla da un incipiente disagio – “Per me quel libro rappresenta poco più di un capriccio, che volevo soddisfare per allinearmi ai dettami delle feste natalizie che pretendono la soddisfazione  anche del più insignificante dei desideri; ma  essendo comunque una persona di scarse pretese, avrò modo di ovviare diversamente a questa banale rinuncia” – “Per te invece ho l’impressione che rappresenti qualcosa a cui tieni molto, o mi sbaglio?”. “Sì, in effetti è molto importante per me questo libro. E’ un’edizione vecchia di qualche decina d’anni, mai più ristampata; vede, anche il prezzo di copertina è  espresso in lire. Dopo averlo cercato vanamente nelle librerie più fornite della città, mi sembra incredibile averlo trovato qui” -  mi confida con incontenibile euforia la ragazza dagli occhi d’oro. Poi vergognandosi per l’eccessivo entusiasmo conferito alle sue parole, china leggermente la testa verso il basso, quasi che il collo esile come lo stelo di un bucaneve stentasse a reggere tutta la timidezza e l’innocenza dipinte sul suo viso, e  rimane in attesa della domanda scontata che non tarda ad arrivare.

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“Da cosa è provocato l’irrinunciabile bisogno di possedere questo libro?  Un amore incondizionato per Proust?” – azzardo io, per offrirle comunque la possibilità di eludere la mia curiosità nel caso ritenesse di non offrirmi spiegazioni.
“Sto scrivendo la mia tesi di laurea e l’argomento che ho scelto è il ruolo delle immagini artistiche nel primo volume della “Recherche”. Per questo motivo  sto cercando di accaparrarmi anche le  edizioni più vecchie per poter attingere alle prefazioni e alle note critiche dei decenni passati. Il romanzo lo leggo e rileggo – sottolinea sorridendo – solo in lingua originale ma i testi di critica e saggistica sono indispensabili e mi documento anche su testi italiani ed inglesi”.

“Ho letto anch’io l’opera completa di Proust, nella traduzione italiana ovviamente, e pur avendo constatata la presenza di raffinati accostamenti e precise similitudini con i grandi capolavori artistici, ritengo sia oltremodo arduo comporre una tesi su questo tema”.
“In effetti è impegnativo ma lo sto facendo con molta passione e il risultato al momento, lo dico sottovoce, mi sembra abbastanza interessante e significativo, insomma per dirla tutta, sono molto soddisfatta”.
“Quando intendi discutere la tesi?”.
“La prima stesura la considero pressoché ultimata. Vorrei effettuare ancora qualche integrazione, magari rintracciata in qualche volumetto poco conosciuto come questo. Poi mi attende la parte più delicata: la revisione di tutto l’elaborato e le conclusioni. Trattandosi di un documento che al momento supera abbondantemente le mille pagine, prevedo un lavoro di cesello lungo e laborioso,  ma ho calcolato di riuscire ad approntare il tutto entro i primi mesi dell’anno prossimo e di discutere la tesi entro la primavera”.
“Mille pagine!” – Esclamo io stupito.
“In realtà sono già un centinaio di pagine oltre le mille” – replica lei non senza mostrare un certo compiacimento e poi con un sorriso d’intesa aggiunge: “Purtroppo non ho mai avuto il dono della sintesi ma possiedo senza dubbio quello dell’analisi!”
“Devo farti una proposta oscena” – aggiungo sorridendo dopo un istante di riflessione – “Concedimi l’illusione di un coinvolgimento, anche se del tutto marginale, in questo tuo poderoso lavoro. Lascia che sia io a regalarti il libro che tieni tra le mani e in cambio, e qui sta la disparità che rende “indecente” la mia proposta, posso sperare che una volta laureata mi farai pervenire su un supporto elettronico, un cd o una chiavetta usb o meglio ancora per posta elettronica, il documento della tua tesi? Mi faresti veramente un dono favoloso perché, ne sono certo, andrebbe ad arricchire la mia conoscenza e l’ammirazione per Proust e per chi, come te, ne esalta il valore”
“Sono molto lusingata per il suo interesse e le prometto che lo farò” – Replica la ragazza.xxxocchi-doro
“Affare fatto allora” sancisco sfilandole il libro dalle mani per porgerlo al venditore che, per via della celerità con cui mi espone il prezzo, mi dà l’impressione di averlo calcolato soppesandolo anziché permutare le lire del prezzo di copertina in euro e detrarre il relativo sconto. Completata la transazione col venditore, stacco la matitina della mia agenda tascabile e scrivo un promemoria sull’ultima pagina bianca del libro per ratificare l’accordo: scrivo la data del 24 dicembre 2002. “Mi dici il tuo nome?”  – “Silvia” – Mi risponde senza esitazione e,  coinvolgendo Leopardi, mi appare già scritto  nel nome il  destino di questa ragazza. Aggiungo l’auspicio che tutto ciò che di lodevole è presente nel suo studio le sia pienamente riconosciuto nell’aula in cui lo discuterà. Concludo con il mio nome seguito dal mio indirizzo E-mail e le consegno il libro. Mentre ci avviamo legge le note che ho scritto e guardandomi di sottecchi sorride con maliziosa dolcezza.
Le indico il grazioso carrettino rosa dello zucchero filato. E lei accetta di buon grado l’offerta di quell’innocente pensiero, ignorando il salto nel passato che quella soffice matassa dal peso inconsistente mi costringerà a compiere. Mentre l’uomo, ruotando con perizia il bastoncino, avvolge i filamenti di zucchero, io rammento quella volta, tanto tempo fa, in cui il peso della rinuncia mi fece invidiare un bambino che si tuffava dentro la nuvola di zucchero che io potevo solo mirare. E di quella volta in cui furono gli occhi supplichevoli di un altro bambino a guardare me col medesimo desiderio: nel suo sguardo triste credetti di interpretare una forma di rimprovero, ed è ancora viva la sensazione di quanto poco dolce mi parve quel bastoncino di zucchero filato, intriso di un senso amaro di incolpevole rimorso. Certo, erano altri tempi. Tempi, che per una forma di pudore evito di raccontare alla ragazza. Ci allontaniamo con i nostri due bastoncini carichi di quell’impalpabile dolcezza. I malinconici ricordi si dissolvono nel  sorriso contagioso della mia occasionale amica, divertita dai miei goffi tentativi di brucare i fiocchi di ovatta appiccicosi senza farli entrare in contatto con la mia barba e i miei baffi. Mi rendo conto di non avere più né l’abilità né le caratteristiche di un bambino per affrontare certe imprese. Decido di togliermi un guanto per staccare con le dita i piccoli batuffoli che si sciolgono al primo contatto nella bocca, cercando di apprezzare quel delizioso e inconsistente piacere che alla fine lascia del tutto insoddisfatti.
“Sono arrivata, ecco io abito qui” – Mi dice indicando con il bastoncino, ripulito da ogni velo di zucchero, il massiccio portone di un austero palazzo. La nebbia si sta diradando per far posto ai primi cristalli di neve che copiosi fioccano turbinando sotto la luce dei lampioni. Le stringo la mano augurandole buon Natale. “Buon Natale, e grazie infinite” – Mi risponde alzando il libro e affidando al suo splendido sorriso  un ultimo gesto di gratitudine per quel piccolo tesoro di carta e parole. Il portone si chiude alle sue spalle e contro di esso va a infrangersi tutta la riconoscenza che sentivo di dovere a quella ragazza e che il mio carattere schivo ha trattenuto a fior di labbra. Mi ha accordato la sua fiducia e concessa la sua compagnia manifestandomi sensibilità e gentilezza con le parole, con i gesti e con gli sguardi, senza mai far trasparire alcuna sfumatura di quella diffidenza che spesso si prova verso un estraneo. E adesso che sono solo mi sento avvilito per non averlo fatto. Un brivido di freddo mi scuote. Alzo il bavero del cappotto e mi avvio verso casa cercando di distanziare la solitudine. I rumori provenienti dal mercatino mi giungono sempre più attutiti, fino a spegnersi nello scricchiolio dei miei passi, posati con cautela sull’insidioso strato di neve che va coprendo il marciapiede. Abbandono le ombre disegnate al suolo dalla luce dei lampioni, per osservare un babbo natale di pezza  aggrappato a un balcone che sembra nell’atto di compiere l’ultimo balzo per raggiungere la cameretta, dove un bimbo ha esaurito l’eccitazione e la fantasia che l’hanno mantenuto sveglio nell’attesa del sospirato evento e si è abbandonato al sogno che troverà avverato al suo risveglio. E’ una vigilia diversa dalle ultime trascorse. Gli anni passano velocemente e si assomigliano esclusivamente per i ricordi con cui li modelliamo saccheggiando la memoria. Ma l’incontro con quella ragazza, che mi ha reso partecipe dei suoi progetti futuri, ha cancellato dalla mia mente l’opprimente nostalgia che, nelle persone che si sono inesorabilmente allontanate dalla giovinezza, tende a caratterizzarne ogni episodio ricorrente. Mi sento pervaso da una gioia malinconica, ma la lacrima che scende dai miei occhi voglio convincermi  sia soltanto dovuta al freddo intenso. E’ la Notte Santa e, da vecchio-bambino con un libro di fiabe aperto, sogno di calarmi dentro una favola animata dalla magia che questa notte porta sempre con sé: accendo la mia fantasia per illuminare, in un futuro lontano,la scena di  Silvia nella sua stanza che si china a raccogliere un’immagine sbiadita tra i ricordi della sua giovinezza, la osserva a lungo e poi, ispirata da uno scampolo del suo immenso talento, la vedo scrivere di una lontana vigilia di Natale e di una fiamma che ha scaldato il cuore e fatto brillare le lacrime di un vecchio incontrato per caso alla bancarella dei libri usati.
Adso
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Note:
1) La ragazza del mio racconto conseguirà la laurea con lode in “Lingue e Letterature Straniere”, discutendo la tesi “L’immagine artistica nell’opera di Marcel Proust”. La tesi che mi donò, raccolta in uno splendido volume con la copertina di seta blu, fa bella mostra sullo scaffale della mia piccola libreria.
2) In questo racconto mia figlia ha ispirato e sostenuto tutto il dialogo nella parte della ragazza dagli occhi d’oro,
ed è a lei che mi unisco per augurare a tutti voi un Felice Natale.

Autore: Adso pungitopo-175jpeg

Questa poesia è stata scritta da paolacon.eldy, il 21 dicembre 2010 at 13:33, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



EL BARBUN

Mi precede di alcuni passi e, nonostante le sue spalle curve sfiorino il muro, la gente che viene verso di lui, scarta di lato fino al limite estremo del marciapiede. Fissano un punto vago oltre la sua figura per evitare di incontrare il suo sguardo nel timore assurdo di rimanere contaminati dal nefasto sortilegio che trasforma  in avanzi di umanità. Passano oltre quell’infelice vagabondo, mendicante che non chiede, con l’imbarazzo che non riescono a dissimulare e una malcelata  diffidenza appena addolcita da una vena di compassione, loro, così risoluti a proseguire, con i loro meschini trionfi, sulla strada che li porterà a sfidare il cammello e la cruna.
Qualcuno si sofferma a squadrarlo di spalle, convinto di non essere visto, per arricchire con altre negative impressioni quel giudizio preventivo che, rafforzando l’inganno, soffoca il tormento dell’ultimo lembo di coscienza infelice che gli rimprovera l’indifferenza  e l’egoismo. L’uomo si sente osservato e si arresta; volge due malinconici occhi azzurri, che galleggiano nelle lacrime del vinto mai arreso e, cogliendo l’avversione di quella persona che si  allontana scrollando il capo nel segno di un biasimo che è già condanna, si chiede di quale colpa l’abbia accusato.

Riprende il suo cammino, con andatura stanca e disarmonica, sul binario di deboli illusioni e fragili speranze posate su profonde malinconie, ma sorretto da una solida volontà che non si cura dei perfidi giochi di un destino che ad ogni passo cerca di fiaccare la sua resistenza: insieme agli inganni del freddo e della fame, sopportati in silenzio e testimoniati dai profondi segni scavati sul suo volto, pesano ancora di più la deplorazione, lo scherno e il cinismo di chi gli passa accanto e non lo distingue da un’ombra che tutti possono calpestare.
Nessuna richiesta e nessun lamento, ma il suo silenzio, la sua solitudine e quel che resta della sua indimostrabile dignità,  comporranno un urlo lacerante e inarrestabile  di  protesta per coloro che, in un sussulto di umanità, accuseranno rimorso per la repulsione manifestata verso un loro simile, senza aver avuto il coraggio di chiedersi quale dramma stesse vivendo.
Occorre aver vissuto nell’oscurità per saper riconoscere e descrivere ciò che è oscuro,  abituandosi a fendere le tenebre e a orientarsi tra mille insidie. Molte volte, incalzato dal bisogno di accasciarsi, ha sentito di non potercela fare, ma ogni volta, arrancando, è ripartito in avanti verso una meta che solo lui conosce. E io seguo i passi di quest’uomo che spinge lontano i tanti momenti di sofferenza e disperazione, e che lotta strenuamente pur non avendo ricchezze né privilegi da difendere. Si trascina una vita fatta di rinunce e iniquità che gli hanno arato il cuore e seminato una ribellione che non è mai germogliata. Invoca una flebile consolazione  frugando tra l’alternarsi di tramonti e albe, che segnano la fine di un giorno sbagliato e consegnano la speranza di un giorno diverso, magari l’ultimo. Non cesserò di seguire lui, e quella presenza trascendente che lo guida e protegge mentre attraversa le malvagità e le ingiustizie del mondo che l’ha emarginato, perché dove lui mi sta portando, là, non potrà esserci che misericordia e carità.
In memoria di un clochard che chiamavano Ursus.
autore: Adso

Questa poesia è stata scritta da franci.eldy, il 21 novembre 2010 at 13:10, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



UN SORRISO

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UN SORRISO
Secondo Episodio

Anche la notte più buia può consolare, quando i pensieri riescono a costruire un ponte verso un’alba radiosa. Ero a letto e non riuscivo a prendere sonno. Pensavo a lei, ad Ilaria, la donna con la quale avevo condiviso lo spazio estremamente contratto di uno strano pomeriggio, in cui la vaghezza delle sensazioni provate, si stavano ripercuotendo incessantemente sui miei sensi. Un piacere persistente che alimentavo sfilando i pensieri dalla mia mente, per rimodellarli in una sempre più profonda intimità con la donna che avevo sentito di desiderare fin dal primo istante. Mi ripromisi di pagare il prezzo di quelle tenere fantasie, ritornando il giorno successivo nel luogo che le vide nascere. Formulando questa perentoria decisione mi percorse un brivido.
Raggiunsi il punto del nostro primo incontro. Era deserto. Mi sedetti su una panchina e, per darmi un contegno, aprii il libro che avevo portato con me a pagina 62, stirai il nastrino segnalibro, e lì vi rimase per tutto il tempo.
Pensavo a quanto fosse remota la possibilità di vedere apparire Ilaria dal fondo della stradina, ma stavo bene in quel posto e la mia attesa odorava di nostalgia e desiderio. Col trascorrere del tempo invece dell’affievolirsi della speranza, aumentava quell’irrequietezza che assale nell’imminenza di un evento emotivamente forte che si sente vicino a realizzarsi. Non mi era possibile assegnare un’identità certa alla figura di donna che intravidi superare il ponte delle catene per poi imboccare il sentiero, al termine del quale io stavo da tempo in trepida attesa. Era sola, senza la compagnia del cane che, presumevo, Ilaria avrebbe portato con sé; anche lo stile dell’abbigliamento era differente da quello esibito da Ilaria la volta precedente; come pure il suo passo, lento e compassato, che dava l’impressione di una camminata senza una meta precisa: non poteva essere lei! Avrei voluto ingannarmi, ma anche il dubbio si affievoliva di fronte agli unici requisiti, tutti contrari,  proposti a distanza ai miei occhi. Eppure l’agitazione del mio cuore manteneva viva la forte sensazione che l’unica donna che, in quel preciso istante, poteva transitare su quella strada fosse colei che io stavo aspettando.
L’aristocratica eleganza di Ilaria nel vestito Jersey di un tenue lilla che la fasciava di prorompente femminilità, faceva sbiadire la sobrietà dei jeans e della camicetta bianca che pur avevano acceso la mia fantasia la volta precedente. Ad ogni suo passo si imprimeva sul mio volto, sempre più evidente, uno stupore che trasmetteva all’incedere di Ilaria il portamento deciso della donna che si sente accarezzata dall’ammirazione di chi la sta guardando. La sua figura era in assoluta sintonia con il fresco paesaggio,  e si calava dolcemente nella mia mente rivestendo di un’altra luce, più intensa, le fantasie che la notte precedente mi avevano spinto a tornare qui. Quando giunse a una distanza tale da consentirle di interpretare l’espressione del mio volto, distolsi lo sguardo per dissimulare l’immensa euforia che vi traspariva. Presi il cellulare che avevo posato di lato sulla panchina e, con l’abilità di un fotoreporter in zona di guerra, la inquadrai nel display:  il secco suono dello scatto mi evocò quello di una trappola, la trappola che cattura il tempo. Ripiegai il cellulare senza verificare la qualità della foto. Mi alzai e, con l’impaccio di chi  sembra camminare sulle uova, le andai incontro. Il suo splendido sorriso si distese a rinnovare l’ultima immagine che mi era rimasta di lei mentre si allontanava con Full, e lo interpretai come un invito a riprendere da dove ci eravamo lasciati. Avrei voluto abbracciarla, e forse era ciò che anche lei desiderava, ma il vortice di inesplicabili sensazioni mi fece esitare, e alla fine ci limitammo a scambiarci uno sterile ciao privo di calore. Ilaria con un tono che voleva manifestare un finto stupore mi chiese cosa ci facessi lì. Le risposi con malcelata arguzia che ero tornato a riprendere qualcosa che l’ultima volta avevo dimenticato; era superfluo interpretare la smorfia buffa con cui Ilaria sottolineò la mia battuta, e allora le chiesi, a mia volta,  cosa ci facesse lei da quelle parti senza la compagnia di Full. “Full è a casa col suo padrone” replicò lapidaria, stroncando ogni eventuale richiesta di precisazioni, a cui non ritenni doverosamente di dare seguito in quanto la mia presunzione aveva delineato una motivazione del tutto simile alla mia: anche Ilaria era tornata per qualcosa di irrinunciabile che aveva lasciato in sospeso.
Iniziammo a camminare, insieme, come se l’avessimo deciso di comune accordo. Ci inoltrammo nel bosco attraverso uno stretto sentiero che obbligava le nostre braccia a furtivi contatti. Cercai  la  sua mano e la strinsi nella mia, con forza ma senza rudezza, mentre la sua vi si abbandonava con dolcezza priva di  fragilità. Camminavamo in silenzio sfiorando l’erba alta che invadeva l’angusto passaggio, ma il fruscio provocato dal nostro incedere non  allarmava gli uccelli che, dai rami più alti degli alberi, non cessavano di diffondere la loro melodia. Il fresco profumo di Ilaria si mescolava a quelli della natura solleticando le mie fantasie.  Il prorompente desiderio di baciarla era tradito dalla velatura di sudore che si andava formando sulle mie mani, e  la forza imperiosa della passione iniziava ad esprimersi nel suo linguaggio, uguale da sempre.
Giungemmo ad una radura e ci fermammo uno di fronte all’altra, prede dei languori del desiderio. Ci abbandonammo a una contemplazione tanto intensa da acquisire già l’essenza di possesso e, la protezione del bosco,  rassicurava la nostra volontà di godere intime voluttà. Posai le mani sui suoi fianchi e l’attirai con fermezza verso di me.  Lei aderì con tutto il suo corpo al mio, senza esaurire la spinta con cui l’avevo ghermita. Vidi i suoi grandi occhi scuri appannarsi e poi chiudersi mentre mi chinavo a baciarle le labbra socchiuse. Le mie mani presero a scorrere lungo tutto il suo corpo indugiando, con carezze insistite, nei punti in cui coglievano il fremito più intenso; il ritmo accelerato del suo respiro sosteneva la mia eccitazione che premeva contro di lei rendendo confuso ma inarrestabile il maneggio del “peccato”, profuso senza calcolo né strategie, nel modo più naturale con cui un uomo e una donna si scambiano il piacere. E da qui mi è difficile tradurre in parole i palpiti furiosi, sospinti da una incessante sensualità, che scolpivano il  mio cuore nel costante fluire del piacere, fino al libero sfogo della passione.
Sentii il corpo di Ilaria rilassarsi gradatamente, come se si afflosciasse per sottrarsi al mio abbraccio. Indietreggiò di qualche passo mantenendo lo sguardo basso come se stesse mettendo ordine tra i suoi pensieri. Arrischiò di alzare nuovamente gli occhi su di me; la serenità nello sguardo era sostituita da un’ombra di tristezza, il suo viso era ancora acceso ma la sua espressione  era di quelle che assomigliano ad un malessere vago, vicino alla paura, e nei suoi occhi supplichevoli io vi leggevo come un inspiegabile rimprovero. Un senso di colpa, di cui non sapevo trovare la causa, si abbatté contro di me come un’ondata gelida; cercai di riavvicinarla balbettando una giustificazione per una colpa che mi era ignota, ma lei muovendo il capo in segno di diniego, distese il braccio per bloccare il mio tentativo e con voce rotta dalla commozione soggiunse: “E’ stato tutto meraviglioso. Tu sei stato meraviglioso, e non so spiegare nemmeno a me stessa cosa mi attrae di te, ma qualunque cosa sia la sento minacciosamente irrinunciabile – è questo a terrorizzarmi”. Rimasi sconcertato dalle sue parole mentre l’eco dei gemiti di piacere di poco prima già risuonavano in me come lamenti di solitudine, insieme alla cupa desolazione a cui mi stavo consegnando per sentirmi obbligato a rinnegare la soavità di quei momenti; come i fili d’erba, che avevamo calpestato, stavano lentamente risollevando il loro esile stelo cancellando ogni traccia delle nostre orme, così io dovevo negare alla mia mente l’esaltazione di aver vissuto quegli istanti di intima congiunzione con Ilaria. Quale insidia poteva rappresentare per lei  l’uomo che l’aveva tenuta stretta fra le sue braccia con una delicatezza pari solo alla delusione che ora gli segnava profondamente il volto? Ilaria, intenerita dalla mia espressione smarrita, si avvicinò e alzandosi in punta di piedi mi diede un bacio. L’insperato gesto di Ilaria ebbe su di me l’effetto di una preziosa carica di fiducia, come il ristoro che  l’assetato cava dall’ultima goccia della sua borraccia. Mentre Ilaria faceva scorrere la lingua sulle sue  labbra, come se volesse trattenere il sapore dell’ultimo bacio dentro la sua bocca, io recuperai l’audacia per comporre tre parole, semplici ma decisive, per cancellare il dubbio e  rinnovare la speranza: “Ilaria, potrò rivederti?”.
Il suo “no” riecheggiò dentro la mia testa come  l’assordante deflagrazione di un colpo di pistola in una Cattedrale. Mi sentii aggredito da un destino infame, paragonabile al gesto cinico di un ricco che lascia cadere una moneta falsa nella mano tesa di un mendicante. Io non mendicavo amore. Ne avevo bisogno, certo, ma ne avevo anche molto da dare.  E allora perché tutto è precipitato rovinosamente?
Mi svegliai madido di sudore. Restai per qualche istante con gli occhi sbarrati nella mia stanza buia. Respirai a fondo e sbuffai: non si trattava che di un terribile stupido sogno. Allungai la mano verso il comodino per controllare l’ora sul display del cellulare. Guardai i numeri luminosi senza riuscire a fissarmi nella mente che ora fosse, perché il mio pollice  inconsciamente si era posato sul  tasto della scheda di memoria delle foto. Pigiai trattenendo il respiro e sotto i miei occhi apparve la foto di un ponte di catene da cui si diparte un vialetto  fiancheggiato da alberi; una donna lo sta percorrendo nel suo vestito Jersey di un tenue lilla che la fascia di prorompente femminilità … è sola, con il suo inimitabile sorriso.
… E  alla fine le lame di luce che penetravano attraverso le persiane troncarono definitivamente il mio sogno. Sorridente, fresco e riposato, nonostante la nottata piuttosto agitata, mi sentivo pronto ad affrontare nella realtà ciò che ho vissuto nel sogno. Ma questa è tutta un’altra storia e il finale non ve lo racconterò mai.
Autore: Adso

Questa poesia è stata scritta da paolacon.eldy, il 20 ottobre 2010 at 19:36, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



UN SORRISO

La donna buttava distrattamente lo sguardo qua e là ai lati della stradina mulinando il guinzaglio di uno splendido esemplare di Golden Retriever che la precedeva di qualche decina di metri e che io, non senza apprensione, vedevo avvicinarsi pericolosamente a grandi folate. Ero a conoscenza dell’indole buona della sua razza, ma le eccessive effusioni, che intuivo mi avrebbe riservato, erano per me già motivo di seria preoccupazione. Mi irrigidii  badando a non muovere nemmeno un orecchio, controllando di sottecchi la sua azione, nella speranza di sfuggire alle sue attenzioni e di  vederlo passare oltre. E invece non gli balenò nemmeno per un istante l’intenzione di ignorarmi: ero io il suo obiettivo. Arrestò la sua corsa di fronte a me, ma continuò ad agitarsi come un ballerino di flamenco che ha abusato di sostanze proibite. Si dimenava, si contorceva con movenze festose e poi con un balzo, del tutto prevedibile ma difficilmente evitabile che mi fece barcollare all’indietro, raggiunse con le zampe anteriori  la mia camicia blu, marchiandola con le impronte digitali dei suoi larghi polpastrelli inzaccherati di fango per la pioggia caduta nella mattinata.  La proprietaria della belva si rese conto delle mie difficoltà e correndo in mio soccorso richiamava a gran voce il suo cane: “Full, Full, Full vieni qui”. Troppo tardi. Lui imperterrito completò l’opera di personalizzazione del mio abbigliamento applicando una copiosa dose di saliva lungo i pantaloni, paragonabile al passaggio strisciante di un esercito di lumache. Poi si accucciò soddisfatto  a contemplare l’esito del suo lavoro, in attesa di una mia improbabile carezza che tardava a venire. Nel frattempo la donna ci raggiunse trafelata. Era sinceramente desolata per l’accaduto, e anche preoccupata per l’imponderabile reazione dello sconosciuto che le stava di fronte. Con palpabile imbarazzo si profuse in un’infinità di scuse nei miei confronti  ed espresse, con alti toni verbali, forte disappunto all’indirizzo del suo cane; ma quello che sarebbe dovuto essere un severo rimprovero non aveva l’effetto di suscitare in lui particolare contrizione, tanto che mentre lei si chinava per agganciare il guinzaglio al collare non si fece sfuggire l’occasione per assestare una repentina leccata al volto della sua padrona che le riuscì di schivare solo parzialmente. Mentre si detergeva il viso con la manica della camicia, la donna valutò attentamente il danno procuratomi da Full e insistette affinché raggiungessimo una fontanella poco distante che le avrebbe in qualche modo offerto la possibilità di attenuare le patacche sui miei abiti. Non opposi soverchia resistenza al suo invito se si eccettua un timido tentativo, scarsamente incisivo nel tono e nell’effetto, abbozzato più per cortesia che per una convinta volontà, in quanto, pur di continuare a godere della sua compagnia e della piacevole sensazione  che emanava dalla sua persona, sarei stato disposto a subire passivamente un’ulteriore azione di inzaccheramento da parte di Full. Vestiva Jeans aderenti che le fasciavano come una seconda pelle le gambe e il bacino, e accennai a una specie di sorriso al pensiero bizzarro che raffigurava come inimmaginabile un simile capo indossato da un uomo, se non per sottostare all’esecuzione di una sentenza da scontare sotto tortura. La camicetta bianca cascava svolazzante sotto la cintura e il colletto immacolato scendeva a formare un’abbondante scollatura a “V” che, complici i primi due bottoni volutamente slacciati, mettevano in bella mostra il suo petto che ancora si alzava ed abbassava, a un ritmo non ancora normalizzato, dopo la disperata rincorsa per offrirmi soccorso. Da qualche parte, tempo fa, lessi che esiste una tipologia di maschi che sono considerati l’anello di congiunzione tra il pirata e il maiale. In quegli istanti mi stavo guadagnando a pieno titolo l’appartenenza a questa categoria perché, non soddisfatto di quanto già mi veniva generosamente mostrato, i miei occhi frugavano vergognosamente nello spazio aperto tra i due bottoni sottostanti in cui, mi pareva di individuare, la rotondità del suo seno candido. Un residuo di orgoglio mi spinse a spostare altrove il mio sguardo in modo da allontanarmi per quanto mi era possibile dal maiale per avvicinarmi alla più dignitosa condizione di pirata, ma ormai la mia mente aveva costruito un tratto anatomico pressoché perfetto e irresistibile di quella mia casuale compagna. Il colorito acceso delle sue gote risaltava sull’incarnato pallido del suo viso che, in aperto contrasto con i suoi occhi scuri e il tono leggermente più chiaro dei capelli fluenti, le donavano un aspetto sano e desiderabile. Presa all’unanimità la decisione di proseguire verso la fontanella, compreso il muto assenso di Full che iniziava a mostrare segni di inequivocabile impazienza, le proposi di presentarci. Accettò di buon grado, e mentre pronunciava il suo nome mi tese la mano che strinsi con misurata energia per via della fragilità ispirata dalle sue minuscole dimensioni e che invece, al contatto, palesava insospettabili caratteristiche di morbidezza e di vigore. Ilaria, questo è il suo nome, mosse i primi passi con le spalle all’indietro per compensare l’abbrivio veemente di Full, proteso in avanti come se dovesse raggiungere una meta agognata da sempre. “E’ ancora un cucciolotto di 14 mesi difficilmente gestibile” lo giustificò Ilaria. Mostrai meraviglia per la stazza che aveva raggiunto in così breve tempo e soggiunsi che a procurarsi una slitta e una muta di suoi simili avremmo potuto raggiungere il Polo Nord in giornata. Scoppiò in una risata divertita asserendo che, per ora, le bastava togliergli il guinzaglio per consentirgli di scorrazzare in questa distesa aperta ai margini del bosco, abitualmente assai poco frequentata e, a maggior ragione, in una giornata segnata da una mattinata perturbata che aveva reso fangosi i sentieri. Sentenziai che il destino non tiene conto del tempo atmosferico quando decide di far incontrare due persone. Mi guardò con falsa aria interrogativa, tradita dal tenue sorriso che involontariamente le si era disegnato sulle labbra.
Giunti alla fontanella e girato il rubinetto, il primo a fruire dell’abbondante provvista di acqua fu ovviamente Full che prolungò la presenza delle sue fauci sotto il getto perché, nonostante i sapienti colpi di lingua, non gli era agevole  ingerire la quantità di acqua necessaria a reintegrare  quella dispersa nelle sue bavose scorribande. Ilaria fissò il guinzaglio a una guarnizione della fontanella per potersi dedicare completamente a me. Vidi che Full subiva serenamente la costrizione: seduto sulle gambe posteriori, e la bocca aperta con la lingua penzoloni che gli disegnava sul muso una smorfia beffarda, si limitava a seguire con attenzione ogni gesto della sua padrona. Ilaria tolse dalla borsetta alcuni fazzoletti di carta che inumidì appena. Mi aprì la camicia in corrispondenza delle macchie di fango rappreso e vi infilò la mano per mantenere teso il punto da strofinare. Istintivamente sentii prorompente dentro di me il richiamo del maschio del tacchino che mi sollecitava a inspirare profondamente e a trattenere il respiro per estendere al massimo l’illusoria possanza del mio torace, ma Ilaria non sembrò badarci, tanto era l’impegno che stava profondendo nel suo delicato lavoro di pulizia. Dopo aver rimirato il lusinghiero risultato raggiunto, alzò i suoi occhi di velluto sul mio volto e con un sorriso pieno di delicata malizia mi disse di aver completato il lavoro e che potevo rilassarmi tornando a respirare normalmente. Mentre avvampavo in volto cercavo di scoprire quale livello avesse raggiunto la figura da cretino e se fosse ancora arrestabile la caduta verticale della considerazione di Ilaria nei miei confronti. Abbassai lo sguardo verso la punta delle mie scarpe cercando insistentemente di ritrovare una minima forma di spontaneità che eliminasse la goffaggine di cui mi sentivo pervaso, mentre Ilaria si apprestava a inumidire un altro fazzolettino per pulire la sbavatura sui miei pantaloni. Mi prese il panico una volta constatato dove Full aveva depositata la dimostrazione del suo affetto, e memore delle strane reazioni che mi aveva procurato la mano di Ilaria al semplice e casuale contatto con il mio petto pulendo la camicia,  pretesi che lasciasse a me il compito di agire in quella equivoca posizione. In caso di obiezione avrei potuto accettare il suo intervento solo previa somministrazione di anestesia totale che avrebbe calmierato sconvenienti reazioni. Non trovo parole per descrivere il mio disagio mentre Ilaria fissava la parte sporca dei miei pantaloni  per valutare le modalità di intervento. Tirai un sospiro di sollievo quando mi disse che in effetti la sbrodolata di Full si era quasi completamente assorbita, e rimaneva solo un alone chiaro che avrei potuto facilmente cancellare  passandoci sopra delicatamente il fazzolettino umido. Non seppi mettere in pratica il consiglio di Ilaria e non usai di certo la cura con cui lei cancellò le macchie sulla camicia; mi misi e sfregare freneticamente il fazzoletto sulla parte allo scopo di finire in fretta; ma anche la fretta richiede tempo, e l’effetto risultò peggiore della causa: il fazzolettino si sfaldò  depositando innumerevoli palline di carta sulla stoffa. Cercai alla bell’e meglio di rimediare spazzolando vigorosamente con la mano la zona infestata dai residui di carta, con risultato assai poco incoraggiante, e infine allargai le braccia in segno di resa mentre Ilaria, con aria divertita, aveva ripreso il guinzaglio di Full e si apprestava ad andarsene. Tra l’alta sterpaglia ai lati del viottolo spuntavano delle piantine di phisalis. Colsi lo stelo con la fioritura di palloncini arancioni più abbondante e glielo donai. Il sorriso di Ilaria, quel sorriso, riuscì a toccarmi le corde delle più tenere emozioni. Abbassai lo sguardo verso Full e gli allungai una carezza riconoscente per essere stato l’artefice del mio incontro con la sua splendida padroncina. Lui mostrò di gradirla molto al punto da darmi l’impressione che avesse accentuato quella sua specie di ghigno sornione e, per un attimo, mi assalì il dubbio assurdo che avesse intuito la breve ma intensa complicità che era nata tra due esseri umani. Ilaria in compagnia di Full ripresero il sentiero da cui erano venuti. Mentre si allontanavano mi chiedevo a cosa stesse pensando, e proprio in quell’istante lei si girò verso di me regalandomi ancora una volta quel suo meraviglioso sorriso. Le feci un cenno con la mano e cercai di controllare la mia euforia, tanto ingiustificata da sembrarmi quasi incresciosa, ma non potevo sentirmi colpevole dell’ingenua felicità che provavo illudendomi che, durante quel breve tratto, Ilaria avesse continuato a pensare a me.
Mi appoggiai al tronco di un albero. Accesi una sigaretta e contemplai a lungo il luogo, non privo delle misteriose bellezze proprie dei posti solitari e della natura incolta, teatro di una rappresentazione che, per la sua trama farsesca e la sua fulminea realizzazione, poteva apparentemente essere priva di ogni rilevanza. Ma come al risveglio, il sogno durato un tempo infinitesimale, pervade la mente fornendo la percezione di aver attraversato con lui l’intera notte, così, la rivisitazione del breve evento sotto la lente della mia sensibilità, mi procurava l’acuta sensazione di aver vissuto una storia compiuta. Controllai minuziosamente ogni particolare intorno me con l’oculatezza di un investigatore sulla scena del crimine, e alla fine dischiusi nella memoria lo spazio speciale dedicato alle mie passioni, in cui ho cura di conservare le immagini, le atmosfere e le sensazioni più delicate, legandomi così, indissolubilmente, al luogo dove una donna mi ha sorriso. Mi avviai anch’io lungo il sentiero e mi sentii avvolto da  un senso, pur modesto, di comunione con i passi e i pensieri di Ilaria che poco prima aveva battuto quel sentiero allontanandosi da me. Forse non per sempre.

autore: adso

Questa poesia è stata scritta da franci.eldy, il 2 ottobre 2010 at 07:55, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



UN ANNO DOPO

La stretta via, compressa tra gli alti caseggiati  con larghe macchie di intonaco scrostato, è soffocata dall’odore stagnante di cucina povera, che solo un refolo di vento rende a tratti respirabile. Non so dove sto andando, e forse questa è l’unica cosa che so in questo momento. I miei passi risuonano sul selciato in questa mattina di primavera  che non riesce a far penetrare la sua luminosità e il suo tepore in questi angusti spazi, per assorbire le scie di umidità che scendono ai lati dei balconi fino a terra, dove petali avvizziti sono unici testimoni di una scarna e debole fioritura di gerani scheletriti posati sui davanzali di finestre chiuse.  Un uomo spinge in su a fatica il carretto per la raccolta dell’ immondizia ed è l’unico segno di vita che incontro, prima di raggiungere la piazzetta illuminata dal sole. Mi fermo all’edicola per acquistare “La Repubblica” e poi attraverso la piazza per dirigermi verso i tavolini del bar  che reca l’insegna assai poco originale di “La Piazzetta”.
E’ trascorso più di un anno dall’ultima volta che mi sono seduto in questa isola di tavolini all’aperto, e per la prima volta sono solo. Gradevole  la combinazione di colori delle tovaglie di canapa: blu la parte stesa sul piano e gialla la parte cascante. Vi appoggio sopra il giornale e faccio vagare il mio sguardo intorno. Gli ombrelloni a spicchi dello stesso colore delle tovaglie sono ancora chiusi:   il sole copre appena il primo quarto della piazza e lascia ancora in ombra la mia posizione. Dal porticato alle mie spalle mi  giungono le voci scialbe di due donne che si scambiano parole scontate in un dialogo improntato alla più insulsa banalità. Ordino un caffè, anticipando la proprietaria del bar che, già sulla soglia, si stava avvicinando al mio tavolo. Anche i profumi appartengono ai ricordi e i due grandi vasi di eliotropio, posti ai lati della porta d’ingresso, diffondono nell’aria un persistente odore di vaniglia che mi sollecita reminiscenze che  cerco di allontanare dalla mente.  Apro il giornale, le parole scorrono sotto i miei occhi ma non mi riesce di comprenderne il significato: i caratteri si rimpiccioliscono, le parole si dissolvono sostituite da un fondo inedito, redatto con pensieri che mi ronzano nella mente come un nugolo di api intorno ad una siepe di gelsomini e che cessa appena ciascuna si posa sul proprio fiore; invano cerco di impedire l’accesso ai miei pensieri: i giorni passati hanno coperto a poco a poco nella memoria quelli che li hanno preceduti, e sono a loro volta eclissati da quelli che li seguono fino a raggiungere quello segnato dal destino, un giorno che non si riesce a dimenticare e che ora si sta riproponendo dispiegando le scene di un anno prima, nitide, sopra il foglio del mio giornale.
Sapevamo quanto disperato fosse il nostro amore, ma lo sapevamo come si sa quello che umanamente si spera non sia vero e a cui si cerca di opporre ogni residua resistenza prima di arrendersi all’ineluttabile trascolorare delle realtà della vita. Abbiamo evitato di nascondere l’uno all’altra i sintomi che segnavano il rapido avvicinamento al verdetto finale; quei sintomi che scavano angosciose distanze e che si aggravano ad ogni replica sempre più ravvicinata nel tempo, e a cui l’amore non può sopravvivere a lungo.
L’assenza delle nostre parole pesava sul tavolino come una domanda non formulata. Ma non servono parole, forse non esistono, per indicare il tragico momento in cui due cuori si devono separare per sempre. Lei scoppiò in un pianto dirotto, poi deglutì e, con  le lacrime che le colavano copiose lungo le guance, girò lo sguardo tutt’intorno come se cercasse disperatamente qualcuno che  le confermasse di essere solo preda di un incubo che presto sarebbe svanito. I suoi occhi tornarono a posarsi per l’ultima volta su di me. Nel suo sguardo profondamente confuso, che cancellava qualsiasi espressione dal suo viso, non v’era traccia di supplica ma un’infinita stanchezza e una irrevocabile rassegnazione. Si alzò a fatica appoggiando entrambe le mani sul tavolino e s’incamminò con passo incerto come se, in un istante, le sue spalle si fossero gravate del peso di anni.  Non distolsi lo sguardo da lei per tutto il tempo che impiegò ad attraversare la piazza, dilaniato dal desiderio di richiamarla indietro, e tuttavia, ogni suo passo lo rendeva sempre più irrealizzabile. Tutto cessò quando imboccò quel tetro vicolo che la inghiottì per sempre. Ho cercato dentro di me la forza per dimenticare ciò che non era possibile sopportare, ma è crudele che gli ultimi doni che riserva sempre la fine di ogni amore siano strazio e lacrime.
Un anno dopo tutto questo ho rivissuto sopra le pagine di un giornale, dispiegato sopra il tavolino del Bar.  Quel che ora rimane è ciò che fu allora: le ultime pagine da sfogliare bruciano sotto i miei occhi e le ceneri scure, trasportate dal vento, vagano nell’aria come ali nere di uccelli forieri di tristi presagi. I miei occhi sono stanchi, non hanno più nulla da leggere, e li chiudo con il pollice e l’indice che asciugano una residua lacrima di lacerante nostalgia.
Non posso scrivere di più. Non ho più nulla da scrivere.

autore: adso

Questa poesia è stata scritta da franci.eldy, il 22 settembre 2010 at 22:07, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



IN COMPAGNIA DELLA SOLITUDINE

In questo afoso pomeriggio d’inizio estate, lo scalpiccio dei miei passi sulla ghiaia è l’unico suono che si diffonde nell’aria immobile, infuocata, senza un alito. L’intonaco beige della facciata principale della grande villa che, in epoca passata, fu dimora estiva di regnanti, è indorato dal sole e  il rinnovato verde del giardino inglese che si estende davanti ad essa, resiste alle sciabolate dei suoi raggi offrendo al paesaggio una prospettiva perfetta che incontra il suo punto di fuga in fondo, dove,  indistinto, s’intravvede il cancello d’accesso dalla parte est. Raggiungo la zona d’ombra tra i filari di tigli e il muro di cinta, coperto per lunghi tratti dal verde perverso di rampicanti. Lo scatto repentino di una lucertola mi fa trasalire. La intravvedo per un istante tra l’edera impolverata, poi sparisce in una crepa del muro. Il profumo dei gelsomini  mi viene incontro portandomi, con tutte le vaghe nostalgie di fragranze già respirate, i ricordi della giovinezza. Quel tempo felice che sapevo avere un limite, ma che il perdurare di momenti incompiuti di allora, ritrovati in questa atmosfera di inebrianti profumi, mi permette ancora di gioirne sommessamente. Più in là dell’imponente faggio rosso, con i primi riflessi argentei del laghetto, mi giunge il verso del germano reale che ha già percepito la mia presenza e con la caratteristica chiamata in decrescendo raduna i suoi piccoli per scortarli nella mia direzione, a portata di lancio delle manciate di  biscotti che ho tolto dallo zainetto. Li osservo mentre si avventano voracemente sul cibo disgregandolo e inseguendone le briciole fin sotto il pelo dell’acqua, disputandole alle grosse carpe e ai pesci rossi. Mi incammino lungo il perimetro del laghetto e mi sorprende la loro improvvisa rinuncia a seguirmi e,  come se avessero soppesato e valutate come esaurite le mie risorse per loro, fanno  ritorno al centro del lago con la stessa agilità con cui mi si erano avvicinati.  Il temporale della notte precedente ha rinfrescato i boschetti e sparso sul mio cammino pozzanghere colorate dell’azzurro del cielo e del bianco delle nuvole. Seguo il leggero solco lasciato da ruote di bicicletta nel fango rappreso, fino a raggiungere un maestoso cedro del Libano; strisce della corteccia sono rivestite di una resina sciropposa che diffonde nell’aria un gradevole profumo balsamico e i suoi rami frondosi ombreggiano una panchina deserta. Osservo con indulgenza, ma anche con una certa divertita complicità, le accorate dediche scritte sui listelli di legno: promesse di eterno amore, condensate in sigle stridenti nella loro concisione e completate con simboli aulici di coppie di cuori, trafitti dalla freccia di Cupido chiamato a testimone di imperitura fedeltà. Mi meraviglio di saper apprezzare quei solenni giuramenti d’amore,  e sorrido al pensiero di quanto il mio cuore sia ancora tanto giovane da non ritenere quelle incisioni un inutile e sciocco vandalismo. Mi siedo ed estraggo il block notes; lo agito vigorosamente per liberarlo dalla contaminazione causata dal contatto con i residui di biscotto nell’angusto spazio dello zainetto. Uno stormo famelico di piccioni che osservava i miei gesti, plana dal nulla sul bottino. Il loro frenetico becchettare tra polvere e sassolini marezzati attira l’attenzione di un bambino che sfugge al controllo del nonno per creare scompiglio tra le fila dei volatili, costringendoli ad una fuga precipitosa per evitare di essere calpestati. Il rimprovero a distanza del nonno non attenua il largo sorriso del piccolino che cerca nel mio sguardo un’espressione di solidarietà per la sua impresa. Gliela concedo arruffandogli i riccioli biondi, mentre il nonno, in evidente affanno,  riesce a raggiungerlo e a prendergli saldamente la manina rimbrottandolo con un tono falsamente burbero che di certo non giunge a mortificare la sana vivacità del piccolo devastatore di piccioni. Li osservo allontanarsi e il bambino mi sembra continui a sorridere allegramente mentre, a intervalli regolari, volta la testa per controllare il luogo della sua azione, orgoglioso dell’opera compiuta e anche con la malcelata speranza che gli venga offerta l’opportunità di un ulteriore attacco allo stormo nemico.
Abbasso lo sguardo sul foglio bianco senza avere la più pallida idea di cosa scrivere. Mi  rendo conto, una volta di più, che nello scrivere, la parte più difficile è sapere di cosa scrivere. Rammento che in un mio recente racconto, ho accennato brevemente all’argomento solitudine in alcune sue forme e come, da una di queste, sia a volte possibile distillare momenti di tenera felicità. Una mia amica di Eldy, dopo averlo letto mi chiese di approfondire e chiarirle ulteriormente il concetto in quanto lei affermava di aver sempre vissuto in negativo le sue esperienze di solitudine, e che i rari momenti di serenità erano solo una tregua a stati di angoscia in cui la felicità non le riusciva nemmeno di immaginarla. Lo stato di beata e incontaminata solitudine in cui mi trovo ritengo che sia l’ideale per dimostrare l’attendibilità del mio assunto ma, mentre mi accingo a raccogliere nella mente pensieri e parole, una cornacchia si stacca da un ramo vicino e vola via col suo insistente e sgradevole gracchiare. Alzo gli occhi infastidito, ma con stupore, davanti a me si manifesta come per incanto la figura di una donna. E’ appoggiata allo steccato che recinge il laghetto,  tiene il capo chino per attenuare il suo disagio e disegna con un piede cerchi concentrici nella polvere, alzando gli occhi di quando in quando per sbirciare la mia reazione. Rimango a fissarla per alcuni istanti, poi la invito a sedersi accanto a me sulla panchina delle promesse d’amore a intarsio. Ha la bellezza sfuggente di un angelo disegnato sullo sfondo di un’immaginetta mariana. I suoi occhi restano immobili nell’indecisione mentre accenna a muovere i primi passi verso di me. Le sorrido spostandomi al limite opposto della panchina per concederle maggior spazio in cui sciogliere la sua diffidenza. Se ne sta rannicchiata come il bocciolo di una rosa, inconsapevole che aprendosi al calore dei raggi del sole, fiorirebbe in tutta la sua fulgida bellezza, esalando un profumo inebriante che non immagina di possedere. Allungo un braccio e prendo la sua mano sorprendentemente liscia tra le mie e, mentre le sussurro di vestirsi della bellezza della natura che la circonda per riscoprire le attrattive per piacere e la forza per amare, la sento vibrare di lieve piacere. I colori e le fragranze della natura aumentano d’intensità, e ora che il suo silenzio mi appare più misterioso che reticente, è il suo sguardo penetrante  a trasferire nella mia mente il suo rinnovato desiderio di vivere e le stranezze delle cose che le viene voglia di fare per tornare ad abbeverarsi alla fonte inesauribile della felicità. Scrivo l’ultima riga a suggello di quelle eccitanti sensazioni e a testimonianza di quei magici istanti, poi richiudo il block notes mentre osservo la mia compagna di un pomeriggio allontanarsi. Si volta verso di me per l’ultima volta e il suo viso radioso, assume le sembianze della mia amica che, socchiudendo gli occhi,  mi fa cenno col capo d’aver compreso come si possano accarezzare momenti di intima felicità: ha imparato a  scegliere quella  dolce solitudine che sa chiudere fuori gli inutili rimpianti e i tormentosi rimorsi che non possono modificare il passato ma che, al contrario, ci privano della gioia di vivere il presente.
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Ognuno di noi ha tra i ricordi qualche strano, dolce pomeriggio che sembrava privo di particolari significati e che invece è riuscito a insinuarsi e a marcare in modo indelebile la nostra sensibilità, al punto da  tornare a riaffacciarsi alla nostra mente anche a distanza di tempo. Quando me ne andai nulla rimase ancorato nella mia memoria. Solo nei giorni successivi mi resi conto che quella figura di donna era la sola a emergere insistentemente dal fondo del ricordo di quel lungo pomeriggio, per impormi quel fascino sottile che mi procurava un inspiegabile piacere. Tornai spesso in quel luogo trattenendomi a lungo su quella panchina, nella speranza di incontrarla di nuovo: non la vidi più, ma ogni volta, non sapendo dove lei si trovasse in quel momento, mi bastava il palpito della possibilità di una sua improvvisa apparizione, per riempire di felicità il mio senso di solitudine.

autore: adso

Questa poesia è stata scritta da franci.eldy, il 8 settembre 2010 at 14:34, nella categoria: adso. Lascia un tuo commento qui



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